Io sono il Diavolo... e sono qui per fare il lavoro del Diavolo.

figlio delle stelle perche' ti offendi tanto? °_________o? perche' ti ho semplicemente kiamato suor maria clarinetta o perche' ti ho detto che ke le bestemmie i bambini buoni non le dicono,sei d'accordo con me giusto? beh sicuramente si visto ti sei offeso perche' ti ho kiamato bestemmiatore,cosa vera,ma visto tu non le dici le bestemmie allora e' tutto ok,potrei anche andare tranquillamente nel tuo blog a dare un okkiata nel mio tempo libero giusto per vedere di cosa parla di bello,sicura di non leggere neanche una bestemmia nel tuo blog,altrimenti ti offenderesti se bestemmieresti perche' poi qualcuna ti farebbe notare ke bestemmi giusto? ^_^
utente anonimo in Sabato scorso sono s...
utente anonimo in Alla CANNA del gas
Accendimi, uomo morto
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Yeproc
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When I was a lad just like you
I joined THE PARTISANS
provisional wing!

Ultimo cantante dei Sex Pistols (i primi due di ruolo furono Johnny Rotten e Ronald "Biggsy" Biggs), Tenpole Tudor è ancora oggi considerato niente più che l'attore che prestò la sua voce alla band per "The great R'n'R swindle" e basta. In effetti Tenpole Tudor, con il suo nome perfettamente in linea con gli intenti di McLaren e soci, alla scarna discografia dei Pistols non regalò altro che due prestazioni al microfono (non ci sono doppi sensi) per "Who killed Bambi?" e "The great rocfk'n'roll swindle", i due singoli. E invece Tenpole chiuse in bellezza la stagione della band londinese: il suo "cantato" (le virgolette sono d'obbligo), che non era affatto innovativo come quello di Johnny Rotten, è riuscito a dare un senso di rovina alle canzoni dove ha partecipato. E inoltre, la sua partecipazione al film dei Pistols è memorabile: Tenpole è una marionetta impazzita, il "Pinocchio" del nostrano Totò in corto circuito, un audioanimatrone completamente sconnesso, un Mr. Bean ante-litteram in acido, con una mimica facciale a metà tra l'ospedale psichiatrico e la presa per il culo tout court. "Who killed Bambi?" è l'omaggio personale di McLaren ai film della Disney. Il noioso e antipatico cerbiatto ha fatto la fine che tutti speravamo che facesse, trafitto da un cacciatore. E Tenpole, nel film, dove interpreta una maschera, bercia allarmato "Who killed Bambi?", mentre in sottofondo l'orchestra cinguetta le note d'accompagnamento e la cassiera del cinema, che aveva già beccato Steve Jones a farsi una tranquilla chiavata sulle poltrone con una sgrinfia bonazza, guarda Tenpole con aria esterrefatta, scuotendo il capo. Ma Tenpole ha cantato anche la title-track del film. Un'ode alle truffe dei Sex Pistols e del loro manager. In realtà la musica è uno dei soliti riff strariciclati di Steve Jones (che comunque, è il padre dei guitarristi punk e va rispettato), che prende vita propria solo nel coro, che ricorda gli anthem delle curve inglesi. E' il testo che si mette alla pari con le canzoni migliori dei Sex Pistols prima maniera, quando era Rotten a scrivere le liriche. Il testo ringrazia la A & M, che ha buttato fuori i Sex Pistols pagandoli 75000 pounds per due settimane di non lavoro, e altre amenità sul come un manipolo di giovinastri e il loro furbo manager fossero andati in culo a ben cinque case discografiche: ciò che lo rese straordinario e immortale fu proprio il cantato di Tudor. Sempre fuori tempo, sempre stonato, isterico, sopra le righe, antimelodico. La vera pietra tombale sull'avventura dei Pistols. Per questo io credo che Tenpole vada rispettato e riconosciuto come componente della band a tutti gli effetti, anche perchè superò in bellezza il concorso "Anybody can be a Sex Pistol", l'audizione messa in piedi da McLaren e Temple per trovare il sostituto di Johnny Rotten che aveva cambiato nome (diventando il più borghese John Lydon) e intenti con la fondazione dei PIL. L'audizione di Tenpole Tudor può essere vista nel film, e, dallo spezzone, si capisce che non poteva essere che lui quello che cantò la fine della band.
QUEI BRAVI RAGAZZI, di Martin Scorsese, con Ray Liotta, Robert De Niro e Joe Pesci (Oscar miglior attore protagonista). Un gangster movie innovativo e perfetto. La storia è semplicemente fenomenale. I dialoghi sono la cosa migliore del film, come se interpretazione, sceneggiatura, montaggio e colonna sonora (che consiglio a tutti: si apre con il rock'n'roll e si chiude col punk di Sid Vicious che rutta "My Way") non fossero di per se già colpi di genio.
1997 - FUGA DA NEW YORK, di John Carpenter, con Kurt Russell, Adrienne Barbeau, Isaac Hayes. New York quattro anni prima dell'attacco al WTC, trasformata in carcere. Storia tesa, violentissima, senza speranza. Dialoghi essenziali, sceneggiatura e colonna sonora a opera dello stesso regista, il mai troppo idolatrato maestro dei film di genere.
INTERCEPTOR, di George Miller, con Mel Gibson. Surreale storia del mondo in decomposizione, dove una squadra di poliziotti ultrademotivati tentano di contrastare delle gang di automobilisti iperviolenti. Dialoghi a dir poco bizzarri, che comunque nel contesto risultano azzeccati. Un capolavoro.
IL BUONO, IL BRUTTO, IL CATTIVO, di Sergio Leone, con Clint Eastwood, Lee Van Cleef, Eli Wallace. Difficile scegliere tra i film del più grande regista che l'Italia abbia mai avuto, ma questo, con la sua storia di cattivissimi, è forse il più rappresentativo. Capolavoro unico, pietra miliare assoluta del cinema.
LE IENE - CANI DA RAPINA, di Quentin Tarantino, con Tim Roth, Harvey Keitel, Eddie Bunker. Esordio alla regia del più copiato regista a cavallo dei millenni, rimane la sua opera migliore, col suo sangue, la tensione crescente e il finale da tragedia greca. Tra l'altro è la versione americana di un moscissimo gangster movie di Hong Kong.
LA COSA, di John Carpenter, con Kurt Russell, Winford Brimley, David Clennon. Il più bel film d'orrore mai girato. Mi spiego: che cosa c'è di più terrificante di un nemico indistruttibile e invisibile in una base artica? Con buona pace dei tanti sofisti puzzalnaso che preferiscono "La cosa da un altro mondo" di Howard Hawks, chiamando questo di Carpenter remake, cosa che assolutamente non è. Effetti speciali di Rob Bottin a tutt'oggi insuperati.
ED WOOD, di Tim Burton, con Johnny Depp, Martin Landau (Oscar come miglior attore non protagonista), Sarah Jessica Parker. Omaggio di uno dei registi più talentuosi al padre dei trash movie. Commovente e divertentissimo assieme, può essere considerato un manulae del cinema, oltre ad essere un film meraviglioso.
PSYCHO, di Alfred Hitchcock, con Janet Leigh, Anthony Perkins, Vera Miles. Il film thriller definitivo. Un capolavoro in ogni senso, forse il film più sentito di Hitchcock, sicuramente il suo più famoso. Agghiacciante come una folata di vento a Natale.
THE GREAT ROCK'N'ROLL SWINDLE, di Julian Temple, con Malcolm McLaren, Steve Jones, Sid Vicious. L'unica "opera rock" che si possa definire tale, con scene degne di essere riviste un milione di volte (il cunnilingus all'hamburger fatto da Jones alla passerona nel cinema), confuso, raffazzonato e terminato solo perchè ingiunto dal tribunale. Il lascito migliore della miglior band di rock'n'roll di tutti i tempi, con una colonna sonora strabiliante.
TOTO' CHE VISSE DUE VOLTE, di Ciprì e Maresco, con Salvatore Gattuso, Marcello Miranda, Fortunato Cirrincione. "Cinico TV" prende forma cinematografica, in un film diviso in tre episodi. Il migliore è l'ultimo, con un'interpretazione doppia, da parte di Gattuso, che è poco definire sublime.

NOW PLAYING...

Maurizio Costanzo abbandona dopo 23 anni la sua comodissima poltrona al teatro Parioli, e lascia la seconda serata di Canale 5 ad altri programmi. Condurrà uno show la mattina e uno strip prima dell'ecumenico TG5, edizione serale. Una buona notizia un po' per tutti, che avevamo i coglioni sfondati nel vedere questa lontra, questo tricheco grasso e sudato ospitare i più orribili freaks e i più sputtanati guitti italiani e international. Così come ci eravamo rotti di vedere Rosemary Althea, una truffatrice, con il buon Maurizio che la sponsorizzava, e nel frattempo sproloquiava contro i falsi maghi del collega Bonolis. Addio Costanzo. Addio Demo. Addio Pietrangeli. Ci avete rovinato un sacco di seconde serate, quando il nostro telecomando saltava a pié pari il tasto del cinque. Non vi rimpiangeremo, tantopiù che, in ogni caso, vi rivedremo la mattina e la sera prima del megafono arcoriano TG5. Ma almeno la sera scacceremo gl'incubi. Questa epigrafe sarebbe dovuta comparire su ogni giornale che si rispetti. I giornalisti avrebbero dovuto esultare, accendere il candelabro funebre per scherzo e per macchietta. E invece, tutta la stampa si è unita nel coro di dispiacere. Com'era prevedibile, Corriere della Sera, La Stampa, Il Giornale hanno espresso il loro cordoglio di fronte alla pingue e abbronzata salma dello show di MC. Ma non mi aspettavo che lo stesso discorso lo facessero anche La Repubblica e L'Unità, tutti uniti nel cordoglio bipartisan: così come erano tutti uniti nel dire che Luttazzi era un pazzo che pisciava fuori dal vaso quando scriveva commedie dove mostrava Andreotti in pieno orgasmo di fronte alla notizia della morte di Aldo Moro. Anzi, La Repubblica, homebase dell'unico giornalista presentabile italiano, Giorgio Bocca, si mostrava più dispiaciuta degli altri. Ma tant'è. E' l'Italia, paese dove pure l'oro nasconde vermi purulenti, piaghe d'Egitto e affari sporchissimi. Ma vediamo chi stiamo piangendo: Maurizietto è stato collega di club del presidente del consiglio, e come quest'ultimo, sull'argomento glissa, anche se a suo tempo definì l'affiliazione al club dei muratori occulti "una terribile sciocchezza". Giusto, errori di gioventù, e Never Mind The Bollocks. Poi: il nostro è campione di molestie sul lavoro, secondo alcune denunce a suo tempo arrivate. Approfittava (ma ripeto, sono solo denunce che non hanno avuto seguito) della sua posizione per mettere le mani sul culo alle bellepotte che chiedevano lavoro. Va bene, calunnie, quasi sicuramente. Poi ancora. Fu lui a fondare "L'occhio", un quotidiano che, secondo alcuni, prendeva ordini direttamente da Arezzo. Vera o finta che sia questa cosa, L'occhio, durante la sua breve esistenza, si distinse per essere ferocemente conservatore. Tre indizi fanno più che una prova. Ma non è finita. Come tutti i papi rinascimentali, Maurizio Costanzo è stato ed è tuttora ammalato di un fortissimo nepotismo. Si sposa con la bella Marta Flavi e gli fa condurre "Agenzia Matrimoniale" (trasmissione mai troppo citata dai cultori del trash, perché è immondizia pura), la molla per il camionista Maria De Filippi e Maria De Filippi ce la ritroviamo sullo schermo a pranzo, cena, colazione e in replica pure alla spaghettata di mezzanotte. "Amici", "C'è posta per te", e altre porcherie ignobili. E poi, la ciliegina sulla torta, condotta a quattro mani come un bordello malfrequentato. "Buona Domenica", dove indimenticabili (purtroppo) personaggi dei mitici anni Sessanta nazionali ragliano canzoni, giocano a stronzate, raccontano i loro inutili cazzi assieme ai ragazzi del Grande Fratello. Una summa di porcherie, unico motivo per il quale non siamo stati ancora invasi dai marziani. Uno con un curriculum così, meriterebbe di presentare solo una cosa: le dimissioni, e invece continuerà a fare il pirata sui vostri teleschermi. In un'intervista a La Repubblica, dice che oramai la sera c'è tempo solo per urlare, e che lui questa tv la aborrisce. Uno che ha regalato all'Italia Vittorio Sgarbi e Tina, una frase del genere non dovrebbe neppure pensarla, e invece nell'anno III dell'era forzista, quando dice queste epocali puttanate, viene pure preso sul serio. SIPARIO.
Impossibile dimenticare la partecipazione di Ray Charles al film "The Blues Brothers": il grande musicista cieco interpreta uno dei personaggi più bizzarri del film, un venditore di strumenti non vedente che si accorge se qualcuno gli vuole fregare roba in negozio, come quel bambino che scappa via terrorizzato dalla tonante voce di Charles e dalla sua frusta. E dire che di personaggi bizzarri in tutto il film ce ne sono: credibili, nonostante siano completamente "weird", a cominciare dalla Pinguina, per continuare con il Reverendo Cleofus James (un James Brown straordinario col suo gospel indiavolato), fino alla moglie di Jake, un'assassina totale. Ma in effetti Ray Charles impressiona più degli altri: perfetto e preciso, un vero entertainer. E poi la sua canzone, "Shake a tail feather", è forse la più bella dell'intera soundtrack, e dire che i masterpiece non mancano. Ma le sue dita magiche che corrono sull'Hammond, la sua voce grattata, la coreografia che fa ballare tutta la piazza antistante il suo negozio di dischi, i fratelli Blue che fanno il coro e la Blues Brother Band che segue il maestro sono la scena che sarà consegnata ai posteri. Ma perchè? Perche "Shake a tail feather" è meglio di, ad esempio "Everybody needs somebody to love"? La risposta, sulla pagina di questo blog, può sembrare scontata. La foto in alto, tra le altre cose, rappresenta uno dei personaggi che su questo diario elettronico ricorrono più spesso. Ebbene sì, "Shake a tail feather" porta la firma di Hayes (Isaac), Williams e Rice. Williams è ovviamente Andre Williams, Mr Rhytm o anche The Baddest Motherfucker, nella sobria e calzante descrizione di Rudy Ray "Dolemite" Moore. Il pezzo più genuinamente ballabile, dedicato fin dal titolo allo sculettamento sullo stile delle papere, è a firma del grande Williams, senza dimenticare gli altri due, pezzi ultragrossi della Motown degli anni d'oro (a proposito, avete visto le immonde porcherie da finocchi che pubblica oggigiorno la label di Berry Gordy?), sia in veste di performers, che di produttori che di autori. Una versione ultrasgangherata dello stesso pezzo la si può trovare su "Holland Shuffle", dove Mr Rhytm è accompagnato dagli olandesi Green Hornets, edito dalla Norton Records, un disco dell'anno scorso. Non so dire se preferisco la versione di Charles o di Williams. Fin da bambino ho sempre adorato "The Blues Brothers" e la canzone del grande cieco, ma l'adolescenza punk, con i suoi suoni selvatici ha segnato in maniera indelebile i miei gusti, facendomi propendere per la versione di "Holland Shuffle", più veloce, più tribale, più claudicante, con la voce di Mr Rhytm scazzata come non mai.
Eh già vecchio Tom, ovunque tu sia, hai deciso di non passare le feste natalizie senza di noi. Il tuo biglietto, purtroppo, è di sola andata, ma tanto prima o poi ci rivedremo, in un aldilà fatto solo di rock'n'roll. Nel frattempo, io faccio quanto poco c'è in mio potere per tenere alta la tua memoria nel piccolissimo giro di amici, io, Alessandro, tua mamma e tuo padre. Per questo sarai omaggiato, molto presto, con una tua caricatura su una rivista di moto. Il tuo lascito migliore, nel mio caso, a parte una serie di ricordi alle volte divertentissimi, altre volte irritanti, riguarda il disco dei Blue Stingrays, "Surf'n'Burn". Sette anni fa, questo disco ci sconvolse un po' tutti. Primo, e unico, disco surf su Epitaph Records, nell'occasione Epitone Records. Quindico labbrate di surf strumentale suonate pure troppo bene, mai velocissime, per un postadolescente come me e dei ragazzini come te e Ale. Ma che conteneva dei pezzi che, seppur qui in Italia non abbiano ottenuto il riscontro che meritavano, rimangono dei bei pezzi di surf suonato con i controcazzi, e questo lo riconoscemmo tutti e tre subito, anzi, forse solo Alessandro storceva un po' il suo naso a patatona. Si inizia con "Moonsoon", dove la batteria fa dei classici stop per permettere alle chitarre di fare dei fraseggi taglienti in primo piano. Si prosegue con la cover di "Gold Finger", dove James Bond invece di sparare proiettili si rilassa in spiaggia con un cannone di mariagiovanna. E si passa a "Moon over Catalina", una canzone dolce, fatta per gli amanti, che quando ascolto in compagnia femminile mi fa dimenticare qualunque pensiero, anche il più pressante e opprimente. I Blue Stingrays li abbiamo cercati in tutti i modi, ma a quanto pare sono una formazione misteriosissima che non ha mai tenuto uno show. Le liner-notes parlano di dischi prodotti nei Sixties, impossibili da trovare, anche se, nelle conversazioni che abbiamo tenuto per diversi mesi, siamo giunti alla conclusione che non fossero altro che dei turnisti pagati da Mr. Brett per cavalcare l'onda (è proprio il caso di dirlo) del revival surf messo in moto da "Pulp Fiction", oppure artisti del roster della Epitaph che hanno voluto omaggiare gli ascoltatori con un divertissement. Niente di migliore. Dovunque tu sia ora, spero che continuerai ad ascoltare "Surf'n'Burn", e nel farlo, che pensi ai tuoi due fratelli adottivi, cui manchi terribilmente. Io ti ringrazio di avermeli fatti scoprire, con la loro copertina a metà tra il plagio e l'omaggio ai dischi del catalogo Del-Fi; mi ricordo quando, per prendermi per il culo, mi dicevi che era proprio un disco Del-Fi, e io ci cascai come un pirla, pur essenso io il "maestro surf" dei tre unici surfers dell'asse MI-UD. Inutile salutarti, tanto sei sempre ricordato, ma voglio dedicarti "Land of the unknown", sperando che quella terra non sia abitata dagli stessi fantasmi che ti hanno costretto ad andartene via nel modo più drammatico che potevi.

Questo fotogramma che mostra una Janet Leigh urlante è probabilmente una delle "fotografie" più famose dell'intera storia del cinema. Si riferisce alla scena topica del film, dove il vecchio Norman, travestito e in pieno delirio mammone, sta per fare a pezzi la segretaria/ladra/amante Marion Crane. La scena dura in tutto quarantacinque secondi su un'ora e trentotto minuti di film. Quarantacinque infetti e sanguinolenti secondi, brutali e, mai come prima di "Psycho" così spaventosi. Alfred Hitchcock sfruttò uno dei momenti che nella vita reale sono attribuiti alla calma e al relax, appunto la doccia, e ribaltò le sensazioni che si provano, portandole dal rilassamento estatico di tipo quasi sessuale al suo esatto opposto, ovvero la tensione che precede l'omicidio, oltretutto con arma da taglio. Forse proprio in virtù dell'anacronistico bianco e nero (il colore, denominato "Technicolor" aveva da poco sostituito il vecchio standard b/n e ovviamente spadroneggiava in tutte le produzioni cinematografiche), e anche per non incappare in coltelli ben più taglienti, quelli della censura, che difficilmente avrebbe fatto passare nelle sale tutti quei litri di succo di pomodoro che scolano nello scarico della doccia del Bates Motel, questa scena ancora oggi conserva la sua splendida e feroce carica di fascino. Si sa anche che questa breve sequenza è stata anche una delle più lunghe e difficili da realizzare dell'intera carriera del grande genio inglese. Sette giorni di riprese, settanta (70!) posizioni di macchina, anche per non inquadrare le (diciamo pure mozzafiato) parti anatomiche "proibite" (le stesse parti che oggi farebbero sorridere) dell'attrice e un lavoro tra il magico e il magistrale in sede di editing, per sortire uno degli effetti più spaventosi e famosi del cinema mondiale. Quella della doccia è la scena più violenta del film, senza dubbio: l'assassinio del detective Arbogast, sulle tracce di Marion Crane per arrestarla, e accoppato dallo stesso Norman Bates, risulta quasi anemica. Ma la scena più spaventosa, ma questo è un parere personale, è quella dove Sam Loomis, alla fine del film, scopre il cadavere di Mamma Bates. Un pugno in faccia con brividi annessi. Innumerevoli le citazioni a "Psycho"; sopra tutte, per violenza dissacratoria, è quella del "Fantasma del palcoscenico", dove il più quotato dei figliocci di Hitchcock, Brian De Palma, mette in scena una sua personale rivisitazione futuristica del "Fantasma dell'opera". Winslow Leach (il cognome del protagonista assomiglia molto alla parola "leech", in inglese "zecca"), grande compositore sfigurato dal demoniaco Swan, aggredisce in una doccia il protagonista dell'opera da lui stesso scritta e che per quella parte si immaginava di essere lui, Leach, l'attore. Scena uguale a quella di "Psycho", se non fosse che Leach, al posto di un coltellaccio, utilizza uno sturacessi. Ottima citazione, spaventosa per una serie di motivi, ma anche ironica e dissacratoria pur non tentendo assolutamente di fare versacci irriverenti all'originale.

NOW PLAYING...
Otto anni fa mi recai, come ogni sabato pomeriggio, nel negozio di Stiv Rottame in Santa Maria Valle a Milano. Era un'assolata giornata di metà agosto, un caldo infernale nella merdosa Milano svuotata dalle sue facce di cazzo che solitamente l'abitano e la consumano, e io aspettavo solo di partire per le ferie. Di andare nella terra natìa a spaccarmi di canne al mare e vino nelle montagne, in compagnia di un cugino che m'introdusse alle gioie del gin and tonic, della tequila boom boom e del Tavor mentre si è ubriachi. Da Zabriskie Point cercavo un disco che spaccasse il culo, che potesse essere riprodotto su cassetta e agevolmente trasportato durante il viaggio. Stiv, che solitamente appiccicava porcherie invendibili ai ragazzotti di vent'anni come allora ero, dopo aver tentato inutilmente di affiggermi "Last of the sharpshooters" (o forse "Punkrockacademyfightsong") dei Down By Law, cedette alla mia voglia di qualcosa che non fosse una puttanata di punk scontato, mediocre e in definitiva EMO. Gli dissi che partivo per le vacanze in una località del sud Italia rinomata sia per le sue spiaggie che per i suoi boschi verdissimi, un parco nazionale importante e incontaminato, e la mia soundtrack doveva essere per forza qualcosa che mi facesse eccitare senza per forza farmi scivolare i coglioni sotto al bermuda blu con i profili rosa fluo antinfortunistici: i parenti in fin dei conti non mi vedevano da sei anni e che figura c'avrei fatto. Stiv allora sfoderò un pezzo da novanta, a sentire lui: la ristampa di un disco dei Sessanta, di una band sconosciuta, o meglio dimenticata, su etichetta Del-Fi: una copertina bianca con due hot rod e con i titoli, come all'epoca, scritti sia sul retro che sulla cover. Il gruppo si chiamava The De-Fenders, il titolo del disco era insieme banale e magnifico: "Drag Beat". Tornando a casa in metropolitana (Missori - San Donato, 15' ca.), leggendo le liner-notes, mi prese una frenesia che a momenti mi faceva sghignazzare da solo: e per fortuna che nel vagone con me c'erano solo due persone, persone poi, due gabber (a 40 gradi all'ombra con le Buffalo, che dio li fulmini) che tornavano assieme nella suburbia dopo la parata in centro come delle scimmie ammaestrate: ecco le liner-notes, come me le ricordo, ci sta pure che scrivo una cazzata: "You can practically smell the burning rubber and see the smoke, but most of all you will hear the actual hot rod sounds along with getting that surge of speed feeling. This is HOT ROD MUSIC. It's new and designed for you, the hot-rodder!". Il vinile nero sul piatto tremava: le mie dita scivolavano sui bordi, come in un terribile rito messianico che mi avrebbe condotto alla pazzia. I suoni sprigionati da "Drag Beat" erano un misto tra il surf, il rock'n'roll, il blues, il tutto strumentale. Alle chitarre Fender si univano un pianoforte, un Hammond, dei fiati. Una cosa che fino ad allora non avevo mai avuto modo di sentire, che s'impossessò di me, ben lontana dai suoni morbidi e frenetici del surf classico, dalla crudezza del punk selvatico che avevo ascoltato fino ad allora, della grossolana musica rockabilly di Link Wray della collana "Missing links" che in quel periodo godeva dei miei favori. "Drag Beat" accompagnò anche l'autunno e l'inverno successivi: lo ascoltavo, o meglio, lo "sentivo" ogni giorno, e quando non avevo cash per le batterie del walkman chiudevo gli occhi e mi autoriproducevo i miei pezzi preferiti dell'album: "Loose nuts", "Four banger", "Taco wagon" e "Moovin' and groovin'". Sono cinque anni che non ascolto questo grandissimo disco. Stamattina mi è venuto alla mente perchè la televisione accesa in cucina parlava di musica per automobilisti, includendo il solito campionario di troiate (c'era persino Gigi D'Alessio in bound, quello che ha compilato la lista dev'essere un mongoplegico). Il che mi fa pensare che non appena tornerò a Milano, tra due settimane, la prima cosa che farò sarà di accendere lo stereo, prendere il pezzo di vinile da dodici pollici ed estrapolare quei suoni che hanno contribuito a rendere i miei ascolti una raccolta di bizzarrie.

1) THE LIVELY ONES "Heads up": Iniziare la mixtape con un classico del surf è doveroso. Allegra alla bisogna, stempera l'aggressività dei pezzi seguenti, in più è un classico degli anni Sessanta, seppur meno famosa della "Surf Rider" dello stesso gruppo, di cui esiste anche una famosa versione italiana cantata.
2) SCREAMIN' JAY HAWKINS "Yellow Coat": D'accordo con Gene Sculatti, curatore delle liner-notes di "Cowfingers & Mosquito pie", questa grocery-list, di cui Jay fu campione, avrebbe fatto la felicità dei pittori surrealisti. R'n'b allegrotto, se vogliamo, dal testo che trae ispirazione dai quadri di Salvador Dalì, come del resto la maggior parte della produzione del mattissimo Screamin' Jay. Momento topico quando il cantante annuncia che le nuvole diventano grigie e piove succo di limone. La mia sanità mentale è definitivamente compromessa.
3) THE M3T3ORS "Radioactive kid": La formazione originale del gruppo dette i frutti migliori. Contrabbasso e voce fornite da Nigel Lewis, rockabilly punkissimo con testo in stile Sex Pistols, ma ancora più malato. Drumbeat di Mark Robertson eccellente e chitarra di Fenech allo stato dell'arte. Da farsi le seghe.
4) THE TALL BOYS "Action Woman": Cover dei The Letters, oscura band texana dei Sessanta a stelle e strisce. I Tall Boys sono per 3/4 profughi della formazione originale dei The Meteors, non c'è bisogno di aggiungere altro. Questa versione è molto fedele all'originale, spacca il culo, ascoltata live è ancora più selvaggia. Si trova su un volume di "Stompin' at the Klub Foot".
5) BO DIDDLEY "I'm lookin' for a woman": Bo ci prova a fare rockabilly, e lo fa con il suo stile unico. Qualunque sbiadito deve fare i conti con uno dei massimi pionieri del rock'n'roll, che regala una perla unica, come al solito. Voce del "Daddy" al suo massimo, eppure questa canzone non è mai stata inclusa tra le prime tre essentials del rock'n'roll.
6) DEMENTED ARE GO "Nuke Mutants": Dal primo e migliore disco dei brutti, sporchi e cattivissimi squatters, è una delle canzoni meno quotate. Su una base mutant-country, i rutti di Sparky Marky fanno una seria impressione, col violino di Mr. Cohen in primo piano. I tanti gruppi neopsychobilly dovrebbero ascoltare per bene questo pezzo, invece di citare gli Ac/Dc come fonte d'ispirazione primaria.
7) ANDRE WILLIAMS WITH RONNIE SPECTOR "I think it's gonna work out fine": Una cover di Williams? Non è forse lui una delle migliori penne della musica degli ultimi cinquant'anni? Bhè, è una cover, d'accordo, ma l'ha scritta Ike Turner. Andre e Ronnie duettano molto meglio di Ike e Tina, anzi più che meglio, rendono una giovanile canzone d'amore un pezzo di cabaret per vecchiardi, ma, cazzo, CHE VECCHIARDI. Da ascoltare quando Ronnie dice che sta preparando il matrimonio e Andre risponde "Oh really? Where's the exit?". Un capolavoro.
8) GUN CLUB "She's like heroin": Come gli X, questa band cercò di fondere il rockabilly con il punk californiano, e anche se non si può parlare esattamente di psychobilly, poco ci manca. Disperazione e amore, da una band che è vissuta troppo poco e che ha lasciato troppo in eredità.
9) THE ROYAL PENDELTONS "Hangin' on a string": Poco cagati un po' ovunque, questi americani hanno dato alle stampe un bel dischetto dal quale estraggo il pezzo migliore. Una versione sfigata dei The Doors meno poetici e segaioli, concerti disastrosi, canzoni registrate alla cazzo di cane: una miscela unica di punk e tardo garage che farà la felicità di chiunque apprezza il lato meno serio del genere. "You treat me like I'm a toy, but I'm a man not a boy"...
10) CIRCLE JERKS "Red Tape": Il titolo di un disco migliore di tutti i tempi resta "Group sex", di questo quartetto di imbecilli, mio gruppo preferito nell'adolescenza. Un quarto d'ora o poco più di demenza, in un disco che ha scritto, da solo, la storia del punk californiano (sì, l'ho già scritto che erano i miei preferiti). "Red tape" chiude il masterpiece, trenta secondi di grindingpunkspaccaculo. I Circle Jerks non si sono mai più ripetuti a questi livelli. Purtroppo.

I Phantom Surfers, californiani ovviamente, sono stati il gruppo più famoso e capace dell'intero movimento di surf revival degli anni Novanta, revival effimero quanto mai altri, soprattutto in Italia, e rinato soprattutto grazie alla colonna sonora della finzione pulp di tarantiniana memoria, che includeva leggendari pezzi d'epoca come il classico "Misirlou" dell'uomo-chitarra Dick Dale, "Ace of spades" e "Rumble" del surfer rockabilly Link Wray e "Surf Rider" dei pesi massimi, nonchè mio gruppo preferito dei Sixties surf The Lively Ones. "The great surf crash of '97" è il loro esordio su Lookout, etichetta californiana fino ad allora specializzata quasi esclusivamente in pop punk e che aveva, come gruppi di punta del proprio catalogo, Screeching Weasels, Riverdales e The Queers. L'arrivo del quartetto mascherato fu una vera ventata d'aria fresca nella label, che più tardi si aprirà anche a sonorità decisamente più mosce e emo. Tornando a noi, l'album, terzo della carriera dopo l'esordio "Play sounds from the Big Screen Spectaculars" e "18 Deadly Ones", è il loro lavoro migliore. Diciassette pezzi registrati in stile filologico, che ricordano le atmosfere degli anni Sessanta, mediate però da più di un momento puramente punk rock, con più di una canzone cantata che assomiglia più al garage di "Back From The Grave" che non al sound della spiaggia, e una manciata di canzoni surf exotiche a dir poco spettacolari. E in più con l'artwork firmato dalla colonna portante di Mad Magazine Jack Davies. Si comincia con quattro pezzi sguaiati ("The great surf crash", "Rootin' around for ramona", l'exotica-thrilling cannibalica "Pygmy Dance" e la non-sense "Basset Ballet"), dalla durata inferiore ai due minuti, per poi passare al più classico (?) surf di "Single whammy", ma è con il sesto episodio che le cose prendono la forma che renderà l'album una pietra miliare, sempre a mio avviso. Il quartetto mascherato riprende un pezzo sconosciuto di rock'n'roll folk minimale "The cat came back", un frat-tune selvaggio alla bisogna dove le chitarre californiane si uniscono al drumbeat selvatico pur senza essere veloce e, perdonatemi se mi ripeto, primitivo. E' un pezzo cantato, con una voce desperate a presa per il culo, che narra la storia di un gatto che va e viene da casa, un'elegia della razza felina. Questo gatto è talmente magico che (credetemi, HO I BRIVIDI DI PAURA a scriverlo!), una volta che Cina, Unione Sovietica e Stati Uniti scatenano la guerra nucleare e la razza umana si estingue, egli riesce sempre a trovare la strada di casa, o meglio, della sua ex casa. Un capolavoro. Dopo la breve e interlocutoria "Ticker tacker jungle", i Phantom Surfers danno ulteriore prova della loro scarsa serietà con "Medley: X Files/The extremely stupid Files", che piglia per il culo la colonna sonora del famoso telefilm di Moulder & Scully. E chiude il lato A dell'album. La flipside si apre con un'altra garage tune, "Ants in my pants". Qui la band prende vistosamente per il culo pezzi di rock'n'roll danzante (quelli dove il testo dice come si deve ballare la canzone, immaginatevi una sorta di "Macarena" e che Dio o il Diavolo mi perdonino per la bestemmia), il più famoso dei quali, all'epoca era il "Busy Body" dei Jolly Green Giants ripreso anche dagli ENORMIGIGANTESCHIGENIIDELPORCODIO The Lyres di "Monoman" Connelly. "Ants in my pants", "Formiche nelle mutande". Questa canzone dal vivo era, (ho trovato un mpeg streaming su internet un anno fa) l'acme degli show nonchè una cosa seriamente bestiale. Già da sola basterebbe a incuriosire chiunque, ma un altro pezzo forte è in agguato. "(I call my baby) DDT", è un'altra garagepunk scheggia da una tonnellata dritta nelle gengive. Lenta, eh? Non un drumming veloce, eppure spaventosa, con un testo delirante e una chitarra surf scordata. A proposito delle liriche, è una dichiarazione d'amore, particolare, se vogliamo, ma sempre dichiarazione d'amore. Se una vi rompe le palle NON cantategliela. Non la merita. "Holyday Harbour" e "Buy High, Sell Low" sono le canzoni che hanno in mezzo un capolavoro di exotica surf, "Babalou", una cover. Con voce tenorile, chitarre piagnucolanti e batteria pesante, ecco uno dei pezzi che potrebbero chiudere una serata surf. "Yozora No Yoshi" è un'altra rendition, presa probabilmente dalla soundtrack di "Godzilla vs. Gamera", con un tremolo che fa cascare i denti, mentre a seguire troviamo la debole "Out the window", canzone sulla quale si può tranquillamente passare sopra. Chiudono "The great surf crash of '97" altre due demented tracks. "No go diggy D" poteva essere tranquillamente inserita in "Play music from the Big Screen Spectaculars", con chitarrine che si rincorrono appresso a una melodia stupida e creano il groove del ritornello più idiota del mondo: questa canzone è uno spettacolo purissimo di coglionaggine, e si chiude con dei colpi di pistola, dove la voce narrante dice che non voleva più sentire quella cazzata di frase "No go diggy D". Estasi, altro che discoteche. A concludere questa geniale parata di corbellerie, "Lancelot Link Wray": amore vero per uno degli ispiratori, l'inventore della "rumble guitar". Uno dei pezzi migliori dell'album, e dire che la scelta è ampia. Critici ufficiali e fan non hanno mai gradito molto questo disco, preferendogli il molto più debole disco che ne seguì dedicato alle corse delle automobiline. Io personalmente consiglio a tutti quelli che non li conoscono d'iniziare a cercare proprio "The great surf crash of '97"

Devo essere sincero, ogni volta che vedo quest'immagine, mi arrapo come un cinghiale a maggio. Ma mi garberà più il disegno di Magnus, oppure è la bellezza della signorina? Il suo tratto morbido, la pennellata sicura e precisa, oppure le curve delle tette che mi fanno sbandare come una macchina sul tratto appenninico FI-BO dell'A1?