Io sono il Diavolo... e sono qui per fare il lavoro del Diavolo.

figlio delle stelle perche' ti offendi tanto? °_________o? perche' ti ho semplicemente kiamato suor maria clarinetta o perche' ti ho detto che ke le bestemmie i bambini buoni non le dicono,sei d'accordo con me giusto? beh sicuramente si visto ti sei offeso perche' ti ho kiamato bestemmiatore,cosa vera,ma visto tu non le dici le bestemmie allora e' tutto ok,potrei anche andare tranquillamente nel tuo blog a dare un okkiata nel mio tempo libero giusto per vedere di cosa parla di bello,sicura di non leggere neanche una bestemmia nel tuo blog,altrimenti ti offenderesti se bestemmieresti perche' poi qualcuna ti farebbe notare ke bestemmi giusto? ^_^
utente anonimo in Sabato scorso sono s...
utente anonimo in Alla CANNA del gas
Accendimi, uomo morto
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Traccia 1) "Pride of San Jacinto" (da "Space Heater"). Il modo migliore per iniziare il best of, una strumentale veloce e epica, sulla falsariga di Ennio Morricone. Niente di meglio per smentire tutti quelli che pensano che "Space Heater sia un disco di merda. Traccia 2) "Bad reputation" (da "Smoke'em if you got'em"). La canzone sulle mie donne preferite, quelle vestite da puttane rochenroll. Una "all time fave" del repertorio del terzetto di Corpus Christi, il rockabilly bastardo più spettacolare che ci sia. Traccia 3) "The Halloween Dance" (da "Halloween Hotenanny"). Prodotta per il sampler a tema Halloween curato da Rob Zombie, un chiaro esempio di horror rock, ballabile, frenetico, isterico. Capolavoro del loro repertorio. Traccia 4) "Like a rocket" (da "Lucky 7"). Psychobilly texano puro. A questo punto, apro una parentesi: il sound texano è quello migliore, tradizionalmente, di tutti gli Stati Uniti, esempi sono i 13th Floor Elevators, ma sono davvero migliaia; che sia il risultato del meltin' pot con i chicanos? A voi la sentenza. Traccia 5) "Big D boogie woogie" (da "Spend a night in the box"). La canzone migliore del miglior album del Reverendo e compagnia. Un assalto sonoro selvaggio sul ritmo del rockabilly classico, suonato molto più veloce. Da questa canzone si capisce che loro spaccano, le altre band di meno. Traccia 6) "Marijuana" (da "Smoke 'em if you got'em"). La classica strumentale psychobilly dal primo disco del trio. Sballa ancora come quando fu pubblicata, quindici anni fa. Traccia 7) "New York City girls" (da "Revival"). Swingante e molto accesa, una dichiarazione d'amore alle fighe di New York. Va benissimo come sottofondo per scopare. Simile a "The girl in blue", ma "NYC girls" ha vinto il ballottaggio. Traccia 8) "The devil's chasin me" (da "The full custom gospel sounds of the RHH"). La musica è meravigliosa alla bisogna, ma il testo si eleva al di sopra della media. E infatti, rimangono le liriche migliori mai scritte dalla band, atmosfere sulfuree, oniriche, coinvolgenti... insomma, un grande capolavoro. Traccia 9) "Liquor, beer & wine" (da "Liquor in the front"). Un country blues che, per fortuna, non risente della produzione, purtroppo pessima, di Al Jourgensen, che ha metallizzato un lavoro che sarebbe stato anche discreto. Per questo "Liquor in the front" è il disco più brutto della loro carriera, dove si salva, appunto, solo questo pezzo. Traccia 10) "Octopus Mode" (da "Revival"). Una party song. Basta questo a inserirla in un best of, almeno credo. Traccia 11) "Norture my pig" (da "The full custom gospel sounds of"). E' la prima canzone che ho sentito del gruppo, che mi ha rapito immediatamente. Parla di un maiale, esplicita metafora sessuale, con cori da brividi e uno swing quasi punkeggiante a fare da tappeto sonoro. Che dire? Un fottuto masterpiece! Traccia 12) "Forbidden Jungle" (da "It's Martini time). Le influenze di Henry Mancini si sentono, eccome. Ecco, prendete "Peter Gunn Theme", velocizzatelo, sputateci sopra, bruciate con la sigaretta i solchi del vinile, spalmate sugli stessi solchi un po' di liquido vaginale, e otterrete "Forbidden Jungle". Traccia 13) "The party in your head" (da "Spend a night in the box"). Il buon vecchio punkabilly di Reverend Horton Heat, con un altro dei testi migliori mai usciti dalla loro penna. Ideale per chiudere non solo questo ipotetico best of, ma anche una serata ad alcool e maijuana.
Innanzi tutto, un doveroso disclaimer: questo post è lungo e verboso. Parla di cazzi miei personali e magari non ve ne sbatterà una fava, quindi, se non siete più che interessati, passate oltre, e ne guadagnerete in salute. Bene, si può iniziare.
Agli inizie degli anni Novanta, il rock commerciale, e in parte anche quello underground, avevano subito un certo declino. Per radio e sulle tv e negli spot, andava di brutto la musica elettronica, retaggio dei ruggenti e cocainomanisti anni Ottanta: synth e beatbox avevano preso il posto di Jazzmaster, Telecaster, Farfisa, Hammond e Ludwig. Spopolavano gruppi, adesso dimenticatissimi, come Snapp, Ace of Base e New Kids On the Block, il rap (sia chiaro, si chiama rap) era l'unico, degno erede del rock propriamente detto, ed era anche quella una musica prodotta con l'ausilio di strumenti elettronici, anche se venivano campionati comunque classici del funk, del soul e del rhytm'n'blues. L'elettroencefalogramma della musica suonata e rumorosa era ultrapiatto, a cristalli liquidi, se vogliamo paragonarlo alle televisioni, delle formazioni sopravvivevano giusto le supercariatidi dei Sessanta e Settanta e qualche vecchia volpe cicciata fuori negli Ottanta, come gli U2. Per il resto, la musica era solo house e la sua derivazione naturale, la techno, quantomeno nei canali accessibili al pubblico, quali radio e televisioni. Ma una generazione di musicisti americani, cresciuti nelle cantine del Northwest, le stesse che regalarono al mondo trent'anni prima gente come The Wailers, Jolly Green Giants, Kingsmen, Don & the Goodtimers, The Sonics fecero irruzione sulle tv, sulle radio e sulle copertine di riviste dapprima nazionali, poi inglesi e infine nel resto del Terzo Mondo. Il loro nome collettivo, quello che i giornalisti musicali non tardarono ad affibbiargli fu "grunge". Ora apriamo una parentesi: "grunge" era usato 25, 30 anni prima per definire il suono sguaiato dei rock'n'rollers sopra citati. Un suono aspro e spigoloso, eppure ballabile e gioioso, rivoluzionario; stesso termine riesumato dal buon Tim Warren per definire molti degli straordinari artisti di "Back from the Grave" e "Teenage Shutdown". Comunque, Nirvana, Soundgarden, Pearl Jam e tanti altri, tutti provenienti dall'area di Seattle/Washington/Olympia, in seguito allo straordinario successo di "Nevermind" dei Nirvana raggiunsero lo status di rockstar. Il grunge era un classico seventy-rock, condito appena da un minimo di sporcizia sonora, anche se il classico "Nevermind" risulta iperprodotto e pieno di artificiosità e di suoni assolutamente posticci e spesso fuori luogo. I gruppi di riferimento dei grungettari erano Black Sabbath, Deep Purple, Uriah Heep e soprattutto Led Zeppelin. La cosa che risultò un po' a tutti assurda fu che quando a Cobain e agli altri leader del movimento gli si domandasse delle influenze, immancabilmente rispondevano "Ramones". Ora, i Ramones credo che siano il gruppo più lontano dai suoni del grunge, troppo minimali e troppo poco segaioli per le lunghe dissertazioni di dischi come "Ten" o "In Utero"; eppure era così, Ramones e Black Flag tra le influenze. Incredibile, anche se volendo vedere persino quella banda di merdallari dei Metallica hanno amato alla follia i Misfits, pur senza aver appreso una singola nota dal testamento del gruppo della premiata ditta Danzig/Only. Risultato del successo del grunge fu che i gruppi del Northwest uscirono dalle cantine, e passarono dai soldi contati al contare i soldi. Il rock tornò sugli scudi e fu aperto il varco per il successo di band punk rock come Offspring (sempre troppo bistrattati, molto spesso a torto, anche se personalmente non mi piacciono) e soprattutto Green Day, Nofx, Bad Religion e Rancid, che hanno sempre dichiarato, più nei fatti che nelle parole, di aver ben ascoltato "Rocket to Russia" e "Brain Drain". Il rock in ogni caso riprese un po' di sangue, questa banda di hippie del grunge reclamava una certa appartenenza alla sottocultura del punk (mentre invece avevano il poster dei Kiss a casa sopra il lettuccio), e lo dimostrava con i capelli ispidi e unti, i jeans slabbrati, le sneakers divelte e luride e le camicione da boscaiolo del Northwest. Metallari al massimo, mai visto un punk ridotto in questo stato, eppure un po' di concerti, anche all'estero, li ho visti. Metallari e hippie che pretendevano d'essere punk. Mentre si sa che nel punk, dai Sonics in poi, l'abbigliamento conta più della musica a volte. Ma tant'è. Anche io fui, brevemente, contaminato dal grunge rock. L'unico disco da me comprato fu "Vitalogy" dei Pearl Jam, e mi feci crescere, assieme ad un incolto pizzetto, anche dei bei capelli corvini lunghissimi. Appena raggiunsi l'età della Sragione, dreadlockai i capelli per assomigliare al mio mito assoluto Rob Zombie, e smisi finalmente di mettere maglioni di lana grossa, per passare alle più comode felpe Fruit of the Loom con sopra iron cross e loghi di band più o meno famose del circuito punk soprattutto, anzi, esclusivamente americano o marche di skateboard come Independent, Powell Peralta e Santa Cruz. Qualche tempo dopo, sbolognai la mia copia in vinile di "Vitalogy" ad un ragazzo di cinque anni più grande di me, noto cocainomane e metallaro convintissimo. In cambio, il simpatico incompetente mi diede una copia dell'ABC Records di "Lysergic emanations" dei Fuzztones, tenuta malissimo, ma la grattugia sui dischi punk e garage fa meglio che peggio. Ora "Vitalogy" dei Pearl Jam starà prendendo muffa in una qualche cantina, mentre "Lysergic Emanations" sfavilla in una rispettabile collezione di vinili tra "Stop!" dei Chesterfield Kings e "All black and hairy" dei Gravedigger V. Questo a dimostrare che il rock'n'roll, il vero rock'n'roll, vince sempre. E il grunge? Bhe, il grunge è morto in attesa del Re-Animator di lovecraftiana memoria. Già Mtv lo sta facendo, con qualche video passato clandestinamente a tarda notte, quando i bambini dormono e i segaioli con le mani piene di sbrodo mutante cambiano canale dopo aver sbavato sulle superbudellone dei telefoni porni. Il colpo di grazia glielo diede la bellissima Courtney Love, una vera Virago in versione Yoko Ono che indusse (sono congetture descritte nel film "Kurt & Courtney", che vede apparizioni di pezzi grossi del Northwest sound come The Dwarves e soprattutto gli iperstaminici Zeke) il paranoide marito a redipingere le pareti del soffitto di rosso sangue e rosa cervello. La nostra eroina ve la presento nella foto a corredo dell'articolo, mentre spalanca le gambe e mostra le piccole ma succosissime tette. Un ringraziamento speciale va a lei e alla sua leggendaria ferocia, che portarono all'annullamento del capoccia dei grungers e con lui tutte le band come Tad, Green River, Soundgarden, Sonic Youth, Dinosaur Jr, Lemonhead e altri due di picche.

Per iniziare una collezione di dischi surf/strumentali, bisogna senz'altro munirsi di un giradischi, perchè certi suoni hanno bisogno di essere sentiti in maniera grattata: altrimenti va bene anche un lettore cd, anche se, in qualche modo, perdono d'intensità. Il primo gruppo che mi sento di consigliare sono i The Lively Ones: gruppo commerciale, certo, ma perfetto: nel corso della loro carriera, hanno prodotto cinque album meravigliosi, e un paio di best of abbastanza completi, su Del Fi Records. La loro musica riusciva a passare indifferentemente dalle melodie ("Sleepwalkin'"), alle cose più selvagge ("Heads Up"), mantenendo una certa coerenza di fondo. Ripescati da Tarantino che gli fece chiudere la soundtrack di "Pulp Fiction" con "Surf Rider", quindi famosi anche in ambiti meno di nicchia. The Ventures e The Shadows sono altre due grandi band, anche se gli ultimi non sempre hanno saputo mantenere il suono all'altezza. Da recuperere almeno i primi album, il resto, francamente, fa un po' cagare. Un classico artista di genere è Dick Dale, per molti IL SURF. Inventore di standard del surf, dalla sua chitarra magica è uscita, per dirne una, "Misirlou", che il film di Tarantino, lo apriva. "Misirlou" ormai è stata usata da altri film, pubblicità, programmi, quindi consiglio a tutti di ascoltare e/o di recuperare altri suoi classici come "Riders in the sky" e soprattutto la cattivissima "Scalped", anch'essa inclusa nella soundtrack di un film dei Novanta, "Fuga da L. A." di John Carpenter. Sconsigliati i suoi album cantati, anche se "Draggin' & Surfin'" possiede un certo fascino, oltre a una grande copertina. Altro artista surf immenso è Link Wray, anche lui incluso da Tarantino nella colonna sonora di "Pulp Fiction", con ben due brani ("Rumble" e "Ace of Spades"), nella scena del Jack Rabbit Slim. Alle volte è un po' palloso, e i suoi pezzi cantati, soprattutto quelli posteriori agli anni Sessanta, fanno venire il latte alle ginocchia. Ma ha inventato la "rumble guitar" ed è un mago. Se dovete procurarvi qualcosa di suo, orientatevi sui volumi "Missing Links" editi dalla Norton Records, dove trovate rarità e creme de la creme. Il suo stile chitarristico è molto rockabilly in ogni caso, quindi è un surf molto particolare. Raccolte surf ce ne sono tante, edite soprattutto dalla metà degli anni Novanta. Spesso sono "sòle" incredibili edite dalle major per raschiare il fondo del barile, meglio quindi orientarsi su qualcosa prodotto da etichette gestite da persone competenti. La raccolta classica di materiale vintage è "Strummin' Mental" della Crypt Records. Sono due volumi su cd, da 32 pezzi ciascuna. Impossibile trovare canzoni brutte o scassapalle, è tutta roba rarissima e sconosciuta persino all'epoca. Surf seminale dal 1957 al 1965, il periodo d'oro della instro-music. Una raccolta che è un classico, reperibilità molto alta, rivolgersi ai negozi specializzati in punk, però. Altra bella raccolta è "Surf Creature Vol. 3" della Telstar Records, edita solo in vinile e molto rara. Anche qui, solo classici sconosciuti e dal fascino selvaggio.
Nel 1824 assume la guida pastorale della diocesi senese Giuseppe Mancini, che, sostenuto da una fede incrollabile nei valori della tradizione, combatterà contro gli ideali risorgimentali e le speranze democratiche, invocando fra l'altro l'abolizione della libertà di stampa: "funestissimo e tremendo istrumento - scrisse - di tanti flagelli". Estraggo questo brano da un comunicato stampa. Neppure 200 anni fa, un pretaccio si batteva contro la libertà di stampa. Un diritto fondamentale, ai nostri tempi? Non credo. Nel 2005, in Italia, la libertà di stampa è qualcosa di aleatorio, forse più che ai tempi del reverendo Mancini. E non solo in Italia, gli esempi arrivano da tutto il mondo, le forbici hanno ripreso allegramente a tagliare tutto quello che non va bene ai grossi potentati. Sempre con i pretacci in prima fila a dire quello che è giusto e quello che è sbagliato, ragliando di pene infernali e giustizia divina. Il papa non è il monarca assoluto solo del Vaticano, perchè estende i suoi lunghi tentacoli da piovra su tutta la cultura italiana. E finchè resta underground e sotterranea, va anche bene, ma ci sono decine di esempi di film particolarmente anticattolici, che hanno avuto un discreto successo all'estero, che in Italia non si sono mai potuti vedere. Una volta trovai un libro, in una bancarella di Sinigaglia, di canti anarchici, e per 1500 lire me lo portai a casa. Un canto, particolarmente astioso verso "the beetles" (i preti cattolici come vengono chiamati dagli anglicani), diceva così: "Con le budella dell'ultimo prete, impiccheremo il papa ed il re". E i Dead Kennedys cantavano "Religious vomit". Fantastico, altrochè...
Estrapolo un brano di una conversazione avvenuta ieri pomeriggio nel mio posto di lavoro. Protagonisti me (IO), un grafico (GRAFICO), una redattrice (REDATTRICE) e il direttore (HERR DIREKTOR).
GRAFICO: No, degli Zeke ho solo "Kicked in the teeth", che è l'unico che ho ascoltato...
IO: A me manca. Ma ti dico, "Super Sound racing", il primo, è meglio... L'ha licenziato una sublabel della Sub Pop... fai tu, altro che Nirvana... è roba che fa venire le emorroidi...
REDATTRICE: Ieri parlavate di esorcismi, oggi di emorroidi... complimenti!
GRAFICO: Che dici, merita?
IO: Sì. Il disco è superveloce. I testi parlano di puttane, droghe, e soprattutto di motori... guarda, anche "Flat tracker" spacca, e il vinile c'ha pure un singolo allegato con le prime cose, c'è una canzone che si chiama "Dilaudid", quel famoso sciroppo per la tosse che dava dipendenza, hai presente?
GRAFICO: AAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH! Oh, se questi non parlano di farsi...
IO: Sì. Guarda, sono veloci come la merda... sai gli attacchi di sciolta che ti prendono all'improvviso? Uguale.
REDATTRICE: Madonna mia...
GRAFICO: Mi hanno parlato bene anche dei Dirtys.
IO: hanno fatto un disco su Crypt, poi un singolo, ma non ho sentito parlare più di loro. Il disco Crypt ce l'ho, mi garbano anche i Revelators...
GRAFICO: Come sono i Dirtys?
IO: Sono più bastardi, più sudici e low-fidelity degli Zeke.
GRAFICO: Veloci?
IO: No anzi... neppure tanto, ma tipo i testi fanno ridere abbestia, troie, droga, alcool, incidenti aerei, gente che vomita...
REDATTRICE: Ma roba più normale no?
HERR DIREKTOR: Armando... guarda che hai un'intervista da fare, quindi smettila di dire cazzate e mettiti a lavoro...

NOW PLAYING...

E’ difficile parlare dei dischi che ti hanno cambiato la vita senza scadere nella retorica, eppure, se nella vita si è deciso di ascoltare sempre e comunque musica, in qualche caso farla (personalmente con gli hiphoppers Rebel Style Troops, con i gli elettropunk Anal Denis, piccola leggenda dell’estate 1995 nella zona di Udine e dintorni, e con i superpunkgaragers KDA di Locate Triulzi (MI), altra band destinata a durare quanto una scorreggia, regalando comunque a una trentina di fan esagitati un demo con capolavori indiscutibili come "La mia ragazza è una sgualdrina", "My house sucks", "Mio figlio è un ragazzo normale", una sgangheratissima cover di "Cretin hop" e "Humanburger", un rock’n’roll punk che non avrebbe sfigurato nel repertorio dei Misfits caccosi), e anche, perché no, di guadagnarci sopra fama, soldi, gloria e prebende, senza dubbio qualche disco che deve averti segnato la vita ci dev’essere senz’altro. Cominciando dal basso, direi che il disco che mi sconvolse per primo l’esistenza fu "Against the grain" dei Bad Religion, anno del Signore 1992. Mi ero già trovato in casa tutti gli album dei Clash, "Nevermind the bollocks" dei Sex Pistols e soprattutto "Sid Sings", che continuo ostinatamente a considerare un grandissimo album nonostante alla maggior parte dei punk rockers faccia tutto sommato cagare. Ma, a sedici anni, dopo un biennio passato ad ascoltare quasi esclusivamente hip hop, quella cassetta con il disco dei padrini del surf punk (allora si chiamava così il suono proveniente dalla California, il termine "hardcore melodico" arriverà più tardi per definire band come NOFX, Pennywise, Lag Wagon e un’infinità d’altri) che circolava senza sosta tra i walkman della mia classe durante le ore di figura, ornato e architettura, riuscì a impressionarmi violentemente. Abituato ai ritmi smooth di gruppi come NWA, Public Enemy e Geto Boys, "Against the grain" mi fece l’effetto della più classica mazzata: e dopo avermi tramortito, mi fece innamorare in maniera definitiva del punk rock; un grazie a Federico, con il quale mi sdebitai l’estate dopo, portandogli da Udine una cassetta hard core con sopra registrati, su un lato i Minor Threat, ancora oggi il suo gruppo preferito, e i Gorilla Biscuits di "Start Today", più un singolo degli Youth Brigade. E quell’estate per me fu anche il periodo dell’incontro con quello che ancora oggi è uno dei miei cinque dischi preferiti, ovvero il primo album dei Suicidal Tendencies, gentilmente fornitomi dai fratelli Andrea e Alberto, notissimi collezionisti, nell’area del Triveneto, di dischi punk e hard core, pornografia giapponese disegnata e formule matematiche a dir poco criptiche. L’esordio Frontier del quartetto di Los Angeles estremizzava il discorso dei Bad Religion, per quanto mi riguarda: sulle ritmiche impazzite della batteria mi trovavo spesso a pogare da solo, a fare fingerpointing contro chiunque starnazzando "I saw your mommy" e a fare assoli di chitarra suonando scope, righelli, mazze da baseball e quant’altro. Da allora quel disco resta l’album da me più ascoltato, e ancora oggi, quando ho i coglioni girati, riesce a sollevarmi l’umore. Qualche anno più tardi, quando facevo l’obiettore e ascoltavo in pratica solo e soltanto hard core, da qualunque area provenisse (la mia predilezione era per i Raw Power, i Suicidal Tendencies, i Gorilla Biscuits, i Circle Jerks e i primi Slapshot), la mia attenzione fu catturata, nel famigerato negozio Zabriskie Point, Mecca di noi punk milanesi, da un disco che ritraeva tre immensi tamarri vestiti con giacche pastello, jeans neri, Wayfarer, All Star e camicie da sfigati. Il titolo poi, avrebbe dovuto farmene stare alla superlarga: e invece, "Saturday night fever" finì ben presto nelle mie mani, e i Devil Dogs, questo il nome del trio, si rivelarono non essere un trio di buzzurri come quella terribile cover faceva presagire. 1995, e quell’anno ascoltai soltanto loro, mi avvicinai alla Crypt Records che non conoscevo (e della quale adesso, dieci anni dopo, posseggo praticamente e fieramente tutto il catalogo, quasi tutto in vinile) e quindi ai New Bomb Turks, ai Nine Pound Hammer, ai Country Teasers, ai Thee Mighty Caesars e ai The Gories. L’anno dopo, appena terminato il servizio civile (che nel mio caso è stato incivilissimo), andai in vacanza dagli zii in una ridente località marinara della punta dello stivale. In piena Sila, in un bosco fottuto dimenticato da Dio e dagli uomini in provincia di Cosenza, durante un raduno punk-metal-garage-Oi!-hardcore e cacatimmano, in una bancarella vidi il disco "Party at Steve’s house" dei Mummies. Ubriaco fradicio com’ero, presi la mia copia dell’album, consapevole che lo avrei ascoltato solamente dopo tre settimane, al ritorno a casa a Milano (e che, per la cronaca, sta girando adesso mentre scrivo questo post sotto forma di mp3). Ecco, la frittata era fatta con i Mummies, che tra l’altro contaminarono in battuta il mio fratellino minore e il suo migliore amico Tommaso, che all’epoca sbavavano per i Paolino Paperino Band, poveri stronzi. Fu come uno stampede: impazzito per i suoni in qualità merdofonica, cercai altra roba come quella, ed ecco che a rimpolpare la mia notevole collezione arrivarono gli album dei Satelliters, dei The Others e The Fuzztones, che con mia somma sorpresa trovai nella raccolta di album di mio padre, che fu ben contento di parlarmi della band di Rudi Protrudi e del suo amore per loro, e dell’odio nei confronti di "quello scoppiato di merda di Iggy Pop, quella primadonna – parole del mio genitore con le quali sono in disaccordo ma che credo valga la pena riportare letteralmente - al concerto a Milano gli abbiamo tirato i pomodori". L’inverno milanese, come sanno tutti quelli che hanno avuto la sfiga di passarci attraverso, è umido, nebbioso e triste. Il garage e il punk, che hanno avuto modo di trovare la loro espressione migliore nei posti più umidi e climaticamente tristi (Northwest degli Stati Uniti con Sonics, Wailers Kingsmen e Jolly Green Giants per quanto riguarda il garage originale, Londra per il punk, e i nomi è inutile dirli), acuivano appunto questo freddo che, nel 1996, mi abbuffava i coglioni. Ecco che, sempre in quel famigerato posto che era lo Zabriskie Point di Steve Rottame, trovai il disco che mi segnò definitivamente, e che mi aiutò a superare l’inverno del nostro scontento con i suoi ritmi solari e le sue chitarre bollenti. "Surf City" dei The Lively Ones. Finora erano stati i ritmi iperveloci, o comunque sconquassoni a farmi esaltare. Nelle dodici tracce di "Surf City" trovai pane per i miei denti, un album che ancora adesso considero epocale: l’avevo detto io che la canzone di chiusura di "Pulp Fiction" spaccava molto di più di tutte le altre: "Heads up", "Telstar" e, appunto, "Surf Rider" chiudevano le mie nottate meccaniche colorate d’arancio e abbondantemente innevate. Da allora ho trovato un’infinità di dischi che mi sono piaciuti, come ad esempio "La sexorcisto: Devil Music vol.1" dei White Zombie, "House Party" dei Gories, comprato – intonso - per 1000 lire in un negozio/mercatino delle pulci a Udine, "Back from the Grave", "Drag Beat" dei The De-Fenders e soprattutto "Psycho attack over Europe"; ma Lively Ones, Mummies, Devil Dogs, Suicidal Tendencies e Bad Religion sono stati senza alcun dubbio i gruppi che mi hanno avvicinato e tenuto incollato al punk e al rock’n’roll, un amore che dura da tredici anni senza l’ombra di tradimento alcuno. Poi mi dite che non sono un ragazzo romantico…
So bene che un utente di splinder, uno dei più brillanti (Bop), ha già postato il testo di questa meravigliosa canzone maschilista dei The Avengers, datata 1966. Il tema resta d'attualità, in ogni caso. Mai farsi mangiare il riso in testa da nessuno, tantomeno da una donna. Al mondo siamo ben più di sei miliardi di persone. La metà almeno sono donne. Se una vi fa girare i coglioni, consolatevi, anzi, rallegratevi. Ce ne sarà almeno un'altra di riserva no? E, sicuro, alle donne piace essere maltrattate, alle donne piace ballare sulla corda. Non mostrate alcuna pietà in nessun caso, e le terrete attaccate al culo. Date loro più potere di quanto non ne abbiate voi su di loro, e sarete schiacciati come e peggio d'uno schiacciasassi. Qui sotto il testo di "Be a caveman", vero manuale di vita per noialtri fusti, memori della pubblicità del Denim After Shave che impazza da vent'anni e che c'insegna che non siamo noi a dover chiedere, ma soltanto ottenere, il più possibile ed al minimo prezzo. Versioni della stessa canzone valide come quella degli Avengers (reperibile su "The best of Pebbles Vol. 1 - The Originals" - ABC Records), sono quelle dei Gravedigger V ("All black and hairy - The mirror cracked Cd" - Voxx Records) e dei The Dwarves ("Be a Caveman sampler" Voxx Records).
BE A CAVEMAN - The Avengers
You gotta treat a woman rough
you gotta treat a woman tough
be a caveman Oh! Oh! Oh!
and keep her in line
You gotta pull her by the hair
hold her tighter than a grizzly bear
be a caveman
and keep her in line
You gotta show a woman who wears the pants
if you want her to stick by you
You can have her eating right out of your hand
here’ s what ya gotta do..
Show a woman that you're a man
you gotta show her where you stand
be a caveman
and keep her in line
be a caveman!

NOW PLAYING...

Prosegue imperterrito il ritorno degli anni Ottanta in tutte le forme d'espressione e su tutti i media, categoria alla quale appartengo come diffusore d'idee. I metallari erano spariti, o per lo meno sembrava. Rieccoli orgogliosi, con contorno di croci celtiche, stavolta. I dark idem, spariti dopo che un sacco di subculture boys'n'girls lustravano le loro scarpe sui fondoschiena anneriti. Ritornati anche loro. Il cinema ha ripreso molte delle tematiche edoniste di venti e passa anni fa, arricchite da effetti speciali più precisi. La televisione, apoteosi di porcate. Tramite programmi come "Cronache Marziane", vengono ripresi vecchi guitti e avanzi di balera (Spagna, Cattaneo) e presentati come eroi generazionali, di'ane, roba da ergastolo, ma senza processo. La musica è sempre più contaminata dai suoni plastifiCACAti tipici di quattro lustri fa, la Casio ha ripreso a sfornare i suoi terribili organetti che facevano sfracelli nelle disco dei tamarri in mallets e bucod'ozono, qualunque film, telefilm, programma, radio, ripesca orgoglioso i grandi ciuccessi di Van Halen, Queen, Duran Duran (penosi come autori della soundtrack della Tim), EmptyV dedica speciali agli anni Ottanta (ed essendo sborona, come emittente, pure ai Novanta), dove spalma contenta i video penosi, tragici, tristi dei primi vagiti di Madonna, Prince, Michael Jackson, Spandau Ballet, e per chiudere in merdezza, Culture Club. Sono un vecchio, io. A fine mese entro nella quarta decade, sono un rudere nato negli anni Settanta, e cazzo, ne sono orgoglioso. Nel dopoguerra (anni '50, 60, 70), si facevano le cose in modo che potessero durare. Mobili resistenti. Telefoni in cellulosa indistruttibili. Film meravigliosi, da lacrime agli occhi. Musica, bhe, non c'è bisogno d'aggiungere nulla, basta solo dire ROCK'N'ROLL. Negli anni Ottanta è iniziata l'era della plastica e della falsificazione. Nulla è fatto per durare. "Cosa resterà degli anni Ottanta", si chiedeva un cantantucolo alla fine proprio di quegli anni. Questo non lo so, certo è che i risultati ce li stiamo sucando adesso: un generale decadimento, una putrefazione e una biodegradabilità che lascia attorno a se un orribile olezzo di discarica abusiva.

"Il rock’n’roll incita all’omosessualità, alla violenza, alla ribellione". Parole del Reverendo Jerry Falwell. Non conosco i motivi che spinsero uno dei più ascoltati telepredicatori americani, consigliere politico di Reagan ai bei tempi della Guerra Fredda, anzi ghiacciata, che qualche saggio definì "Terza Guerra Mondiale" non a torto, ad esprimersi in questi termini. Un genere musicale non può rappresentare una scelta sessuale, un orientamento ben preciso in termini di scelta dei partner o di devianza sociopatica. Eppure Falwell non ha esitato nell’affibbiare alla mia musica preferita questa etichetta di "perversione" (parole sue) sessuale e delinquenza: forse il buon Jerry, vedendo le mattane di Little Richards, Chuck Berry, Elvis Presley, Eddie Cochran e Jerry Lee Lewis (cugino del Reverendo; strana la vita) avrà pensato che la musica dei "negri" (sempre parole del Reverendo) potesse inquinare le scelte dei bravi ragazzi bianchi, portandoli su una via che è poco definire, per i suoi canoni, pessima. Ora, al di la dell’affermazione sbomballata del vecchio Jerry, posso soltanto guardare le mie esperienze per confutare questa stronzata. Sono tredici anni che la mia dieta musicale consiste, esclusivamente, di rock’n’roll e derivati. Ho perso la verginità a diciassette anni, e sullo stereo durante la sognatissima performance c’era la cassetta con registrato il primo album dei Suicidal Tendencies. Ok, non si può definire rock’n’roll tout court, ma di certo non è valzer. All’epoca, del resto, ascoltavo solo hard core; oltre ai Suicidal Tendencies, i miei eroi erano Bad Religion, Dead Kennedys, Black Flag, Circle Jerks, Raw Power, Gorilla Biscuits, Agnostic Front, Cro Mags, Warzone. Quella sera del 10 ottobre 1993, la ragazza che mi fece diventare adulto gradì molto la soundtrack, anche se lei ascoltava Michael Jackson, e s’incazzò a morte quando, al concerto dei Body Count un mesetto dopo, Ice T lanciò delle belle frecciatine contro il Moonwalker, frecciatine che riguardavano i primi guai giudiziari di Jackson legati alla sua passione per i dodicenni. Ma come al solito divago. Ok, i Suicidal Tendencies e compagnia devastante non suonano rock’n’roll. Allora spostiamoci qualche anno dopo. La mia prima convivente sbarcava il lunario insegnando GAG, fitness, aerobica in una palestra del famigerato quartiere della (-ERGH!-) Barona. Musica commerciale a go! go!, quindi, ma, essendo pure più grandicella di me, conosceva lo psychobilly e il garage da prima del vostro affezionatissimo e fuori dal lavoro non ascoltava "Hot dance party 1997". A casa, durante i nostri incontri amorosi, ascoltavamo solo surf: cunnilingus da tre quarti d’ora con sotto "Surf city", "Night & day", "Telstar", "Crazy Surf", "Heads Up!", visto che il suo gruppo preferito del genere, come anche il mio del resto, erano e sono i The Lively Ones. Stavolta soundtrack rock’n’roll in termini strettissimi. Omosessualità e delinquenza fuori orizzonte, a quanto pare. Eppure rock’n’roll a palate, visto che la stronza, una volta mollatomi, si tenne gran parte dei dischi dei Meteors, un paio di volumi di "Teenage Shutdown", un disco di Link Wray ("Some kinda nuts"), il fake-album dei Phantom Surfers con Dick Dale e pure l’Ep dei Mad3 "Napalm in the morning", nonché un disco dei Satelliters, ("Wyld Knights of Fuzz"), all’epoca di difficile reperibilità in Italia, e pure ora non facilissimo da trovare, e mi toccò ricomprarli, diocane, TUTTI. Negli anni seguenti, e cazzo, ne sono passati sei, ho avuto altri incontri con ragazze, tutti conditi da surf, hot rod, psychobilly, garage, punk rock, rockabilly, Oi!. Non mi sono mai sentito attratto dagli uomini in questo periodo, e non ho beccato neppure una multa per sosta vietata. Reverendo, ascolto solo rock’n’roll, come vede. Sono un caso che non fa testo? La mia delinquenza langue, così come la mia omosessualità in un angolo recondito del mio essere, forse e aspetta solo di uscire fuori? Oppure le sue teorie sono solo le stronzate di un oscurantista, bigotto, ipocrita e sessualmente pervertito nazista americano? Sarei ben curioso di sapere che cosa ascolta Lei, Reverendo Falwell. Certamente non è appassionato della musica del suo ben più illustre cugino Jerry Lee Lewis, che ebbe i suoi guai quando sposò quella vostra parente tredicenne. Reverendo, li conoscono tutti i Suoi, di guai. Dei guai giudiziari parlo, nonostante lei ancora starnazzi a trenta milioni di americani le sue teorie deliranti che ascoltano, pendendo dalle Sue labbra, estasiati. Ora non voglio dire come Lei divenne capo della sua congrega, facendone fuori il fondatore che aveva commesso l’immane peccato di spassarsela con un’adepta sposata, ma voglio ricordare la testimonianza della prostituta che Lei, Reverendo, frequentava e con la quale fu colto in flagrante su un vialone mentre la suddetta prostituta Le stava facendo la "prova microfono". La prostituta afferma che, più di una volta, Lei ha chiesto informazioni sulla di lei figlia dodicenne. In pratica, le ha dato del pedofilo. E questo, a casa mia, si chiama perversione sessuale, che è punibile anche per legge. Che musica ascolta Reverendo? La prego mi risponda, perché me ne terrò doverosamente lontano, non vorrei che influenzasse, parole Sue, le mie scelte sessuali o sociopatiche.