Io sono il Diavolo... e sono qui per fare il lavoro del Diavolo.

figlio delle stelle perche' ti offendi tanto? °_________o? perche' ti ho semplicemente kiamato suor maria clarinetta o perche' ti ho detto che ke le bestemmie i bambini buoni non le dicono,sei d'accordo con me giusto? beh sicuramente si visto ti sei offeso perche' ti ho kiamato bestemmiatore,cosa vera,ma visto tu non le dici le bestemmie allora e' tutto ok,potrei anche andare tranquillamente nel tuo blog a dare un okkiata nel mio tempo libero giusto per vedere di cosa parla di bello,sicura di non leggere neanche una bestemmia nel tuo blog,altrimenti ti offenderesti se bestemmieresti perche' poi qualcuna ti farebbe notare ke bestemmi giusto? ^_^
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I Lords Of Altamont dovevano venire in Italia. Avevo programmato tutto affinchè un evento del genere accadesse, ma alla fine non è successo. Colpa di una storia molto simile, sotto certi aspetti, a quella narrata da Alfred Hitchcock in "Psycho". Una storia inquietante, che metterebbe a dura prova i nervi di chiunque. Non è successa a me direttamente, e neppure, per fortuna, a Jake Cavaliere & Co., ma a una persona da me incaricata di portarmi dalla California il cd d'esordio della grandissima band. Ma andiamo con ordine. Un mesetto fa circa, una ragazza che conosco, che chiameremo Claudia, mi disse che doveva andare in California, a Santa Cruz per la precisione, a passare le sue vacanze da certi parenti che non vedeva da diverso tempo. Sarebbe andata con altre due sue amiche. Gli occhi mi s'illuminarono. "Claudia, mi faresti un favore? Visto che Santa Cruz è vicina a San Francisco, mi compreresti il cd dei Lords Of Altamont, che lì lo pagherei la metà?" così le dissi, e cacciai fuori un bel deca da darle (unico mio avere in quel momento a parte tre pezzi da uno per le cancerogene), aggiungendo: "Oi!, se poi costa di più se ce la fai metticeli tu i soldi in surplus. Appena mi dai il cd ti do la differenza". La ragazza accettò. Il giorno prima che partisse, le spediì un'e-mail, visto che sono fottutamente pignolo e pedante, con titolo, formato, e addirittura l'allegato della jpg del disco. Sarebbe tornata tre settimane dopo. Visto che avevo ordinato lo stesso cd al Corsini Dischi, avvisai al negozio di mandare quella copia in negozio a Firenze, preda degli artigli del pregiato blogger Cagnaccio. Una settimana dopo la partenza di Claudia un mio amico, Alex Arcade, vicino di casa della tipa, venne a casa mia. "Oh! Claudia è appena tornata dall'America - mi fa Alex - ha avuto problemi con la parente che l'ospitava". Bel cazzo, mi si prospettò l'idea che Claudia non avesse potuto portare a termine la sua missione: portare i Lords Of Altamont nella zona di Siena. Un paio di giorni dopo vidi Claudia in giro per il corso. "Allora?", le chiesi. "E' successo che mia zia, quella che mi ospitava, era in realtà una fuori di testa - attaccò a dirmi la ragazza - siamo dovute tornar prima". "E cioè?", chiesi. "Cioè - proseguì - ci ha recluse in casa. Aveva tendenze strane, quasi da psicopatica. Continuava a insultarmi, non ci faceva uscire. Suo marito si è suicidato cinque mesi dopo il matrimonio, e da allora quasta qui non fa che fumarsi cannoni d'erba, mandar giù pasticche di narcotico e barbiturici. casa sua sembrava il ricovero di una scoppiata. Ci ha portate allo Yosemite Park - continuò - e noi, cercando aiuto, chiamammo dei rangers, dicendo loro che questa qui ci aveva sequestrate. Quando loro andarono lì da lei, li ha aggrediti, li ha menati, sono dovuti andare in due per sedarla. I rangers hanno avvisato l'ambasciata italiana che ci ha rimpatriate. A lei - concluse - le hanno dato sequestro di persona, detenzione di sostanze stupefacenti e per buona pace anche aggressione a pubblico ufficiale". Ovviamente Claudia non ha potuto portarmi il cd dagli States. Lei si è fatta il suo tour agratis sul set di un b-movie - anche se visto dall'interno - io invece devo pagare i Lords Of Altamont il doppio, e vederlo, se tutto va bene, tra oltre un mese, visto che, da coglione frettoloso, ho dovuto riordinarlo. Una bella inculata del cazzo.

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Una colonna sonora ideale, quella che gli autori di "Clerks" hanno scelto per musicare le immagini del film. Visto che le vicende apparentemente scollate, da videoclip - che a me ricordano le comiche di Stanlio e Ollio - avevano un'impronta giovanilistica, Kevin Smith & Co. decisero di mettere solo canzoni di gruppi molto in voga all'epoca, e in molti casi anche inedite. I Love Among Freaks sono la "house band" del progetto. Le canzoni le ha scritte, in parte, lo stesso regista del film, e sottolineano alcuni momenti della pellicola: l'apertura è un dialogue excerpts di Dante, "Dante's lament", e subito dopo la main title theme "Clerks" degli, appunto Love Among Freaks. Un funk rock bello incazzoso, che risente del grunge del periodo ma senza le lamentele tipiche del genere. Non poteva che partire così, questa soundtrack figata. Subito dopo tocca ai Girls Against Boys, con "Kill the sex player", anche qui molto giovanilismo di maniera ma incazzoso come sopra, con la voce da film horror, e a seguire un excerpts di Randall, "No time for love, doctor Jones", dove c'è il tipo che gli risponde "Fuckin' kids". Sul mio vecchio cellulare era la suoneria dei messaggi! Subito dopo gli Alice In Chains, che a me non sono mai garbati, con "Got me wrong", e dopo questo pezzo, un dialogo tra Dante e Randall, quello dove Dante ammette le 8 corniFICAzioni e mezzo che gli ha fatto quel puttanone della sua ex ragazza. Una genialata. I Bash & Pop, con "Make me sick" sono una bella sorpresa, vecchio rock grunge ben suonato, pare incredibile che non abbiano mai raggiunto il successo perchè sono bravi, sufficentemente "kamurshol" senza venire sui coglioni dell'ascoltatore. Ancora dialoghi tra Randall e Dante con "A bunch of muppets", incentrato sul vecchio pallino di Smith, ovvero "Star wars", che precede la canzone dei Supernova, "Chewbacca", dedicata al gentile orsacchiottone che si esprieme a rutti e scorregge amico di Han Solo. Seguono tre tracce con grossi nomi: "Panic in Cicero", "Shootin' Star" e "Leaders and followers" sono a firma rispettivamente di Jesus Lizards (ottimi), Golden Smog (fenomenali) e Bad Religion (che fanno la loro parte senza infamia e senza lode), quest'ultimi scelti per la scena topica del ribaltamento della bara. "I like to expand my horizons" è invece un dialogo tra Randall e Dante incentrato su uno spaventoso film pornografico di ermafroditi: nel film si sentono anche i rumori di sottofondo dove gli ermafroditi godono, sburrano e s'inculano a dovere. Davvero una cosa simpatica! Segue il rock elettronico di "Violent mood swings" degli Stabbing Westward, quasi un hip hop, e ancora i Love Among Freaks con "Berseker", che sottolinea uno dei momenti del film, quello con il metallaro russo Olaf, cugino dello spacciatore Jay, che dice "vuoi chiavato". Si tratta di un brutale death metal scolasticissimo, pieno di luoghi comuni, com'era nell'intento dei realizzatori di film e canzone. I Corrosion Of Conformity rovinano tutto con il loro pessimo metalcore, meno male che con la successiva "Go your own way" dei Seaweed le cose si mettono a posto, pur trattandosi di una similata-emo che sulle prime sfracella gli zebedei. Poco prima della fine c'è l'ennesimo dialogo tra i due protagonisti, incentrato su un funerale che è il "Social event of the season", frecciatina di Smith sulla noia che avvolge un piccolo centro americano, e alla fine i Soul Asylum piazzano la più bella e famosa canzone della soundtrack, "I can't even tell", poche parole, solo splendida, da parte di un gruppo troppo sottovalutato. Chiude la canzoncina di Jay, appunto "Jay's chant", che dice così: "Noise-noise-noise, smokin' weed, smokin' weed, doin' coke, drinkin' beer", sull'aria di "Fra' Martino campanaro" e chiede a Dante un pacchetto di preservativi perchè "è ora di sballare, bere birra e spinellare".

Logo per gli ultras della Mens Sana Basket Siena, Commandos Tigre.
Non parlerò di gusti e perversioni sessuali, ma solo di un simpatico episodio occorsomi qualche tempo fa, protagonisti io e un vecchio inglese trasferitosi da un decennio nel dolce Chianti. Un annetto fa lavoravo in un irish pub di Siena per tirare la carretta. Gli mp3 filodiffusi erano sempre gli stessi, scompartimentati per genere: quella sera ero da solo a fare bar e cassa, perchè era domenica e non c'era granchè gente, specie perchè nevicava giù come neppure in Norvegia. Tanto per, dopo i Dropkick Murphys, misi su Eminem, scegliendolo tra l'altro dalla cartella "Hip hop sabato sera",in piena domenica, un po' per sfregio, un po' perchè sono un cazzone. E dopo "Slim shady", "Stan", il rapper sbiadito incominciò a biascicare, su un rap basilare, una cantilena che faceva così: "if you don't like my shit you can suck my dick". Non l'avevo mai sentita, bhè, mi fece piuttosto effetto. Il significato non era letterale, certo, il duro di Cleveland intendeva dire probabilmente:"se non ti piace la mia musica puoi andare al diavolo", ma il significato letterale aveva, e ha, sicuramente un effetto spassoso e insieme disgustoso. Il locale, va detto, era deserto, a parte me e un vecchio tizio che stava bevendo una Harp. Appena Eminem partì con il suo ritornello, 'sto tipo incominciò a fare le bolle con la sua birra, e dei contorcimenti facciali che, credetemi, da soli valevano tutto il prezzo del biglietto. Una FACCIA!!! HAHAHAHHAHAHAHAHAHAHAHHAAH! Mah! davvero, l'espressione di totale disgusto di 'sto tizio era a dir poco grandiosa! Al che feci il mio dovere di bartender, e gli dissi: "Ho sentito che sei inglese, ti disturba quello che sta dicendo la canzone?". Il tizio, con la faccia di uno che sta attraversando il travaglio di una colica renale, mi ripose con un italiano alla pork-pudding "E cierto c'mi distourba. Inzomma n'è poussible che giente c'sì canta qvest' couse. E' una vergougnia, io sto bivendo la mia lager e sentire qvesto è una pourcheria. Fate qualcousa, cambiette mousica". Lasciai finire Eminem e dopodichè feci partire i The Pogues. Eravamo pur sempre in un pub irlandese o no?

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La recente pubblicazione di un disco che comprende una serie di demo del leggendario quintetto californiano è l’occasione migliore per parlare di questa grandissima band, forse la prima che, con il suo sound particolare, gettò le basi per quello che viene oggi definito “hard core melodico”, e che una volta veniva chiamato, correttamente, “surf punk”. Correva l’anno 1981 quando Tony Cadena - fratello minore del più celebre chitarrista Dez, allora nei Black Flag e oggi nei Misfits di Jerry Only - alla voce, Casey Royer alla batteria, Steve Soto al basso e i fratelli Rikk e Frank Agnew alle chitarre, diedero alle stampe questo album imprescindibile e immancabile in qualunque raccolta punk rock. Era la Los Angeles dei Circle Jerks, dei già citati Black Flag, degli Tsol, dei Germs, band che, assieme agli Adolescents, erano il “cancro” di quella città così contraddittoria, che, allora come oggi, alle ville lussuose di Beverly Hills contrapponeva una folta comunità di disperati, di homeless, di violentissime gang e di disperazione urbana. Nei tredici episodi dell’album, i cinque focalizzavano l’attenzione sullo straniamento, sulla disillusione, sul senso d’isolamento che un adolescente poteva provare in una metropoli così meravigliosa e così puttana. I testi infatti, uno più maturo dell’altro - stranamente, data anche la data di nascita dei membri e il nome del gruppo - crudi e ben poco inclini al divertimento, parlavano di quelle sensazioni e impressioni che provavano i ragazzi: “Who is who”, “L. A. Girl” la breve scheggia “Self destruct”, e l’immortale “Amoeba”, oltre ai manifesti delle loro intenzioni “Rip it up” e “No way”, dove la voce di Cadena e i suoni della chitarra di Rikk Agnew sono la risposta più convincente agli inglesi Sex Pistols, sono esempi di ciò; un capolavoro assoluto quindi, anche se la festa è tutt’altro che finita, e gli intenti degli Adolescents devono essere ancora del tutto sviscerati. “Kids of the black hole”, con la sua durata di cinque minuti, il cui testo apocalittico è accompagnata dal punk rock più oscuro mai sentito fino ad allora, grazie al basso di Steve Soto pulsante e alle chitarre spettacolari. Stesso argomento di “Wrecking crew”, che ha forse il ritornello più concreto, disilluso e realistico di quella prima parte del punk americano. Veri esempi di freak (Cadena era una specie di “Dumbo” dalle grossissime orecchie, Soto era un ciccione), reietti della società, i nostri sputavano una bella dose di veleno contro i loro coetanei, contro le ragazzine che non li consideravano, contro adulti, neonati, repubblicani, democratici, il governo e la gente in generale in “No friends”, “Democracy”, “Word attack” e nella conclusiva “Creatures”, una perla di raro splendore, richiestissima durante i gig per la sua forza d’urto devastante. Il successivo singolo “Welcome to reality” vedrà la formazione rimaneggiata (Rikk andrà a suonare nei Christian Death di Rozz Williams, sostituito da Steve Roberts), e l’avvicinamento a una formula più lenta ma sempre parecchio originale. Resta il fatto che “The Adolescents” è il punto d’arrivo del punk della West Coast di venticinque anni fa, e il punto di partenza per le band che furoreggiano adesso come Pennywise, Nofx e Lagwagon.
Una decina d’anni fa ero con l’inestimabile e preziosissimo lapardeo (Lazzaro) in giro per la sogghignante città di Udine. Al tempo eravamo complici ed esecutori del progetto di musica sperimentale punk/elettronica dal nome Anal Denis, anzi, si può dire che eravamo noi, con Giulia, le menti e i deus ex machina dell’intera banda. Punto di ritrovo era l’Aarrgghh!! Records di Udine, negozio dove, come minimo, ho speso una milionata in dischi in un’estate sana, assieme a certi altri tipacci. Ma quella volta io e Lazzaro eravamo soli e dopo esserci fatti un taglietto all’Incontro (il bar più figo di Udine e del mondo, dove fanno un Bombay and Schewppes da applausi) andammo all’Aarrgghh!! a sputtanare la pecunia. Io punk rocker fino al buoderculo, ma anche sidewalk surfer, avevo ordinato al proprietario del negozio, Daniele, il disco dei Phantom Surfers con Dick Dale (fake, ma io allora non ci credevo), che trovai bello fresco ad aspettarmi in vetrina: erano mesi che non passavo a ritirarlo e Daniele cercava un beccamorto al quale affibbiarlo. Fu ben contento nel vedermi entrare con la grana. Non ricordo di preciso che cosa il lapardeo acquistò, ma probabilmente qualcosa dei Pennywise, magari “Unknown road”, oppure About time”: ma ci sta anche che trovò, chessò, una troiata metal che tanto gli garbava, oppure la mitologica maglietta dei Guns’n’Roses che solo cinque anni dopo ammise con orgoglio di possedere e di utilizzare come tergisperma quando si faceva le seghe e centrava, precisissimo, le tette al silicone della pin up del calendario Pirelli impiccata sul suo armadio. Oltre ai Surfisti Fantasma con Pisellone Dale, volli portare con me un altro disco, ma la scelta era troppo ampia; “Punk Fiction” non mi aggradava troppo, i Bad Religion li avevo in cassetta, i New Bomb Turks - “Pissin’ out the poison”, la raccolta - li avevo appena comprati da Zabriskie Point, quindi i miei occhi furono rapiti, in maniera letterale, da un disco che giaceva da anni in fondo all’espositore, un album con una copertina disegnata da un mongoplegico in pieno delirio emiparetico, con degli zombie che arrostivano una specie di hippie - sfacciatamente EMOsessuale, un po’ in anticipo sui tempi, ma si sa che le opere d’arte aprono la strada - alla Elton John, con i jeans a zampa di mammuth di Fellachiorucci e le catene della pace e di Padrepio al collo e certi ridicoli mocassini da ritardato, il cui fuoco era alimentato dalla fiamma sprigionata da dischi di EmptyV, Led Zoppolin, Disco Jazz Rap, le grandi hit del 1972, Frankie goes to fuck himself to Hell, messi lì a bruciare dagli zombastri bacati e bianchicci in beetle boot e dalle streghe zoccole con le gonne scosciate e gli stivali da baldraccabilly. Una vera merda. Che mi rapì, come già detto. Il titolo poi, una genialata! “Back from the grave”! “Ritorno dalla tomba”! Cose da fulminati! Figata! Una vera merda (alla seconda, infatti era il volume due)! Lo presi, perché ne avevo sentito parlare - con commenti che andavano dall’entusiastico all’estatico - ma senza fidarmi troppo, pensando mentalmente a quale allocco avrei potuto sbolognarlo nel caso mi avesse fatto KaGaRe oppure kAgArE! Vabbhè torniamo sani. E’ che sto scrivendo di notte con due Carlsberg da 750 cl. in corpo. E un Bosford e tonic, che schifezza! Comunque, Lazzaro mi prese per il culo perché il fake dei Phantom Surfers non aveva la copertina interna salvadisco, tutto ringalluzzito, quel pieno di merda, mentre il suo disco Epitaph ne aveva una fiammante, altroché, e con i testi dei Pennywise! A casa misi su il fake, che è, ma l’ho già detto su questo blog, un disco bellissimo che contiene quella stronzata galattica che è “The fairest of them all”, uno dei pezzi migliori per quanto riguarda il sing along shower (anche golden se ne avete le palle), “You can run but you can’t hide” e “You’ll never see the end of this”, e dopo, con ESTREMA riluttanza, “Back from the grave Volume 2”. E’ ingiusto fare una recensione di un disco così. Cioè, non si può francamente fare, e infatti non la farò, cercatevela su qualche vecchia rivista o su Internet, se la volete. Posso solo dire che su questo album si trovano una quindicina di MALEDETTI CAPOLAVORI del calibro di “Summertime blues”, il classico del rockabilly di Eddie Cochran qui rivisto in maniera irriverente e sboccata dagli Outsiders, quella scheggia di follia che è “Surfside date” di certi tamarri (vedete la foto sul retrocover se pensate che stia dicendo vaccate) del Midwest che rispondono al nome di The Triumphs, l’apertura, a carico dei The Lyrics, con “They can’t hurt me”, che al blues aggiungono una vagonata di ormoni, quella cosa indefinibile, punk con dieci, dodici anni d’anticipo che è “Scream” dei giganteschi Ralph Nielsen & the Channels, altre cose da lacrime agli occhi e bernoccoli sulla fronte, assurde, grandi, GRANDISSIME, con batterie fuori tempo, chitarre con fuzz assordanti, oppure assolini surf da quinta lezione di chitarra, il Farfisa arrabbiato e stridente che prendevano la lezione dei Beatles, dei Kinks e dei Rolling Stones, la facevano a pezzi, ci bestemmiavano sopra e la risputavano sotto forma della più brutale forma musicale mai concepita fino ad allora. Io continuo ad ascoltare “Back from the grave” ancora oggi, che mi sono procurato tutti gli otto volumi, chiaramente in vinile, e che considero il miglior sampler di sempre, il più onesto, genuino e sincero. La fotografia perfetta di un’epoca sviluppatasi all’ombra della bomba, del cibo di plastica e dei film di William Castle, Al Adamson e Russ Meyer.