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Elvis Schaukasten

Io sono il Diavolo... e sono qui per fare il lavoro del Diavolo.

La bocca della verità

Blogger: BadMotherFucker
figlio delle stelle perche' ti offendi tanto? °_________o? perche' ti ho semplicemente kiamato suor maria clarinetta o perche' ti ho detto che ke le bestemmie i bambini buoni non le dicono,sei d'accordo con me giusto? beh sicuramente si visto ti sei offeso perche' ti ho kiamato bestemmiatore,cosa vera,ma visto tu non le dici le bestemmie allora e' tutto ok,potrei anche andare tranquillamente nel tuo blog a dare un okkiata nel mio tempo libero giusto per vedere di cosa parla di bello,sicura di non leggere neanche una bestemmia nel tuo blog,altrimenti ti offenderesti se bestemmieresti perche' poi qualcuna ti farebbe notare ke bestemmi giusto? ^_^

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venerdì, novembre 18, 2005
The Bomboras "Organ Grinder"

Che cosa può esserci di meglio al mondo che un buon party dove tutto viene devastato, dove l'alcol abbonda, dove le bellepotte sono disponibili, dove si fa festa fino al mattino, la compagnia è piacevolmente insalubre e tutto è esagerato? Forse una buona chiavata, e vedrai, una chiavata alla fine è un party a due. Ma ogni festa riuscita è sicuramente migliore se la colonna sonora è adeguata alla bisogna. Una band che di certo non ha mai negato ottima musica, ma che anzi, ha sempre dispensato a piene mani un sacco di ottimi dischi da festa (preferibilmente su un'isola deserta) sono The Bomboras del macina Farfisa Jake Cavaliere (un passato nei Fuzztones per lui), l'ex compagno di scorribande nei leggendari The Finks Gregg Hunt alla chitarra, Johnny DeVilla alla chitarra ritmica, Dave Klein alla batteria e Shane Van Dyke al basso. Un quintetto grezzo di fuzz surf, con un bel tocco pieno di garage che non lascia un attimo di pausa, del quale potete leggere la recensione del fantastico disco "It came from Pier 13" in un'altra parte del mio inutile e sudicissimo blog. Ma tornando ad "Organ Grinder", qui siamo di fronte a un grande album, da festa (sì, lo so, io recensisco solo party albums, ma che volete farci, mi garba divertirmi), da lotta senza quartiere. In realtà il quintetto aveva consegnato questo penultimo lavoro della loro carriera a quelli della Dyonisus prima di approdare ai ben più sicuri lidi della Zombie Au Go Go Records di Rob Zombie, con il quale incideranno, nel 1998, il disco "Head Shrinkin' Fun", ad oggi ultimo album della loro carriera, che li vedrà poi fondare un altro leggendario quartetto, i The Lords Of Altamont, titolari di due esplosivi dischi di fenomenale punk/surf/fuzzdrenched/power/rock'n'roll che mischia in egual misura la lezione degli Stooges con le mattane dei Fuzztones e certe atmosfere cupissime dei Cramps (oltre a contenere, come già segnalava l'ottimo TheGoblin sempre su Elvis Schaukasten, titolare del blog "Bop", una versione spaccatutto della fantastica "Knock Knock" dei The Humane Society"). Consegnavano quindi questi quettordici torridi brani di puro rock'n'roll, suonato con una faccia da cazzo unica. Mi spiego: chi conosce la discografia dei Bomboras sa che questa band ha sempre fatto riferimento al surf minore degli anni Sessanta. Mentre la maggior parte dei gruppi di surf revival di una decina d'anni fa guardava chi ai Ventures, chi ai The Challengers, chi ai The LIvely Ones, Link Wray e Davie Allan (per esempio i Phantom Surfers), loro erano più propensi a pescare a piene mani dal repertorio delle band davvero minori del surf e del rock'n'roll strumentale, quelle da un singolo semiclandestino e via andare. Ne riproducevano, cioè, la stessa energia distruttiva, la furia ingenua che, non badando alla forma, faceva a pezzi il discorso velleitario da classifica e aggrediva le orecchie dell'ascoltatore con perle grezze meravigliose, esplosive, abrasive. Esempi di quello che sto dicendo li potete trovare sulle due raccolte (in CD) "Strummin' Mental", edite dalla Crypt Records, oppure "The Creature from the surf", su etichetta Telstar (ah! le radici!), oppure ancora su autentiche badilate di surf e rock'n'roll che sono conosciute ai più con il nome di "Jungle exotica". I Bomboras hanno ricreato, in quattro dischi più una raccolta di singoli intitolata significativamente "Swingin' singles", proprio quell'ambiente, fatto di suoni primitivi e grezzi, slabbrati, brevi, incisivi e in grado di far muovere anche un tetraplegico. In realtà la versione in CD contiene il 10" omonimo, che aveva una tracklist di otto pezzi, con altre sei canzoni, provenienti dal repertorio già edito, registrate dal vivo. E' l'assalto sonoro che fa la differenza. Un assalto che, come già detto, non lascia un attimo di respiro. Si parte con "Return of the death Ray", con un tappeto d'organo picchiato brutalmente, con gli sloth, con la batteria marziale, per poi proseguire con il surf dalla puzza di garage di "Take a Chance", un bell'esercizio di Sixties punk, con tanto di cori. Fantastico. La canzone che da il titolo al disco è la terza, "Organ Grinder" appunto. La stessa cover non lascia dubbi in merito, con un Farfisa demolito, sminuzzato, con i nastri a terra: nelle foto interne, oltre al solito troione che balla (una gran figa, in verità), si vede Cavaliere, Jake The Preacher che all'epoca era ancora The Ripper, mentre da fuoco allo strumento. Ancora una bella labbrata di surf, con la chitarra di Gregg Hunt che da la caccia al resto dei suoni. "She kills me" è ancora un bel garege tosto, con il suo riffone rock'n'roll mentre Cavaliere ci parla della donna assassina su sottofondo fuzz. La classica "Riot City" ci riporta nei territori dell'instro-mental, davvero demented rock'n'roll della peggior specie, con il Farfisa che segue un fraseggio simil-haunted house che se non vi farà rovesciare a terra dal ridere vi farà cagare addosso dallo spavento, così come la seguente "Third star on the left", degna della "House on the hill", già pezzo forte di una band di dementi come i coevi The Mummies. "Ilene, la settima traccia, è ancora garage. Non male, carissimi: tutto giocato sullo stile classico: si parla come sempre della bellapottina rock'n'roll che riesce a dar fuoco al cuore, e chi ha una donna del genere a fianco sa di che cosa sto sproloquiando a quest'ora di notte. Sia chiaro, non è surf cantato (a me non piace, tra l'altro, sopporto a malapena gli Astronauts e dei Beach Boys mi piacciono poche canzoni), ma puro garage perdente, il rock'n'roll dei Sixties, la "Top 40 music" degli sfigati protagonisti di "Back from the grave". "Night Rider" e "Asphalt driver" formano l'accoppiata vincente. Begli stomper, con riffoni classici da filmone western. La solita botta a caldo, una martellata sulle reni, ma "Last Call", che i Bomboras avevano già avuto modo di registrare come singolo, è la botta finale. Meravigliosa, con le chitarre che si rincorrono tra sloth e colpi bassissimi di maledetto, bollente, infuocatissimo rock'n'roll. La canzone più debole dell'album è quella "Lord Hunt surf party". Cioè, nel repertorio di qualunque altra band farebbe un figurone, e infatti spacca, ma il virtuosismo sismico di Gregg un po' si perde. Due pezzi "space age" chiudono l'album. "Moon probe" è la classica canzone con il riffone epico, sia di chitarra che di Farfisa. E' commovente tanto è quadrata e perfetta. Con le urla della band fa immaginare che questo brano, ai concerti, doveva essere una miccia pronta a far esplodere i migliori mosh pit. E così è. "Forbidden Planet" invece parte con suoni spaziali, per svilupparsi, lenta e inesorabile, in una specie di canzone della tradizione exotica virata al marziano. Che fottuto spettacolo, ragazzi ma soprattutto ragazze! Un capolavoro. In mezzo a queste due canzoni, una vera perla dei Sixties più bizzarri, "Earthquake", già nel repertorio dei pregiati The Esquires (recente una ristampa dei loro lavori da parte di Bacchus Archives), strana e molto, molto cattiva, che fa pensare a un vero terremoto in fase d'esecuzione. Qui dal vivo, vale quanto l'originale, ma sul primo album dei Bomboras, "Savage Island!" vale quantomeno il doppio... ora lo sapete. Bene, dopo aver sprecato la mia solita tripla dose di aggettivi, penso che si possa concludere qui. Sappiate solo che l'ascolto di "Organ Grinder", in questa fredda notte fiorentina, mi ha fatto immaginare, per una mezz'ora, di essere su un'isola sperduta, al caldo, in compagnia dei tikis sotto una palma, con un bicchiere di succo di cocco freddo in mano e circondato da una valanga di indigene bellissime e mezze nude, tutte pronte a mettermi "quella" collana di fiorellini, intorno al collo. Non male, vero?

Elvis Presley è apparso in sogno a: BadMotherFucker a 03:22 | link | commenti (5) |
bomboras

giovedì, giugno 23, 2005
The Bomboras "It came from Pier 13" - Dionysus Records

Da molti è considerato il miglior disco della band di Jake Cavalliere, questo “It came from Pier 13”. In effetti, nella discografia del grande combo losangelino, quest’album racchiude la summa del loro lavoro, facendogli meritare 4,5 stelle su 5 in diverse riviste per appassionati.  Quattordici tracce in ventisette minuti, che, d’accordo con allmusic.com, sintetizzano la brevità, l’urgenza del surf con la frenesia del garage, il tutto tenuto insieme dal vecchio rock’n’roll da festa che tanto piace a noi fusti e alle belle pollastrelle, quando siamo in vena di coccole che includano - anzi che siano da propulsore per - la produzione di fluidi tanto gustosi da leccare. La title-track (posta in apertura come “Main theme” e in chiusura come “Reprise”, porta la prestigiosa firma di Davies/Page, che, se non dico uno sfondone, sono due tra i più illustri compositori dei Sixties d’Oltremanica assieme alla coppia Nigel/Phelps, altri due campioni del rock and roll drogatissimo noti anche come Jagger/Richards) è uno sballo di canzone veloce e da festa realmente alternativa (mi dispiace cari i miei alternative trendaroli, ma con i Franz Ferdinand potrete far bella figura giusto a qualche cocktail in corso Como e andare in coma per sempre), con tanto di mouth harp scatenata. “Kamikaze” continua la festa, una seconda traccia come non se ne sentivano dai tempi di “Road rattler” dei The Deuce Coupes, dove il sassofono dello specialissimo ospite Billy Zoom prende per mano gli strumenti e si lancia in un breve, furioso e incendiario assolo. Con “The tomb” si rallenta il ritmo, prediligendo gli aspetti più cupi e oscuri, più tenebrosi del surf, ed è quindi con la successiva “Guitar grinder”, un capolavoro “di cuore”, che le canzoni da festa riprendono il posto che gli spetta in un album del genere, che è pensato, suonato, prodotto, stampato e distribuito proprio per le feste. In realtà, a parte il fraseggio di chitarra, è l’organo di Cavaliere a essere protagonista, e la band se ne ricorderà qualche anno dopo, con la pubblicazione di “Organ grinder”, dove i Farfisa, i Vox Jaguar e gli Hammond vengono sbriciolati a partire dalla copertina meravigliosa, un esempio vouyaeristico, e aggiungerei anche “splatter”, anche se c’è assenza di sangue, ma chi ha presente la copertina sa che cosa voglio dire, di quello che si nasconde dentro a questi strumenti ronzanti. Tornando a noi, “It came from Pier 13” ha in realtà un filo conduttore: i Bomboras fanno finta che si tratti della soundtrack di un qualche Z-movie dei Sixties. Dunque, ancora cover, come “The creeper” e “The Ninth wave”, stavolta a firma The Ventures, reinterpretate secondo il loro stile, senza però pisciare più di tanto fuori dal vasetto. Ma i The Ventures potranno ritenersi più che soddisfatti e onorati anche per gli originali a firma Bomboras:”Bombora Stomp” proprio al gruppo di Bogle/Edwards sembrano pagare un tributo stilistico rilevante; cisì come “Hypnotica”, con il suo driving sax, lenta e appunto ipnotica, un bel bordello, specie quando il ritmo della canzone prende una certa velocità e corre come un treno. Unico neo, una rendition di “Red river valley”, la tradizionale canzoncina dei cowboys, , una vaccata che sta male, malissimo in un album come questo, suonata, tra l’altro, con i piedi. Ma è con “Stormy”, che segue “Red river valley”, penultimo pezzo già presente in originale su “Back from the grave” e coverizzata dai Lyres nell’album “Lyres Lyres”, questo (qui in versione strumentale) del classico dei Sixties più acidi, è realmente tempestosa come da titolo, con i suoi bruschi cambi di tempo, l’organo incazzoso, e le Fender che non fanno prigionieri: come essere dentro a un incubo, ma un incubo dove ci si fa paura apposta per farsi venire i capezzoli duri - hard knipples - e farsi venire dei bei tappeti di brividi sulle braccia. In tutte e quattordici le canzoni, si sente la maestria dei Bomboras, che, tra le band dell’effimero e troppo breve surf revival nato in seguito al successo della colonna sonora di “Pulp fiction”, è stata quella che ha cavalcato le onde del sound più figo in assoluto. Soltanto i Satan’s Pilgrims gli sono stati superiori. In ogni caso, adesso non esistono più, ma se volete rivedere la loro incarnazione più convincente, provate ad ascoltare i The Lords of Altamont, che sono in procinto di pubblicare il loro secondo album.

Elvis Presley è apparso in sogno a: BadMotherFucker a 16:10 | link | commenti (7) |
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